Golshifteh Farahani è iraniana. È molto brava oltre che naturalmente carismatica e quindi riesce a rendere credibili i natali tunisini del personaggio che interpreta in Un divano a Tunisi. È già stata afghana in Come pietra paziente, spagnola in Altamira, egiziana in Just Like a Woman. Non c’è problema, siamo pronti ad accettarla in ogni nazionalità possibile, eppure è un dato che dà un po’ l’idea dell’operazione dietro un film del genere, non a caso premiato dal pubblico delle Giornate degli Autori a Venezia 2019.

Nel volto “esotico” di Farahani ci sono le coordinate di un cinema filtrato da uno sguardo occidentale e pronto all’esportazione, forte com’è l'attrice di una fisionomia che la rende adatta a incarnare un tipo di personaggio all’occorrenza nordafricana o mediorientale. Sì, ma le crediamo? Certo, è così brava, chiaro che è credibile, ma sono scelte che lasciano sempre qualche perplessità.

Al netto di ciò, è evidente che Un divano a Tunisi voglia parlare soprattutto al pubblico fuori dalla Tunisia, adottando la forma e gli strumenti della commedia – scaltra e ammiccante finché si vuole – per comunicare al mondo la situazione della nazione all’indomani della caduta del dittatore Zine El Abidine Ben Ali.

 

In questo senso è intelligente la scelta di Farahani: nel ruolo di una psicoterapeuta tunisina che torna in patria, dopo anni trascorsi a Parigi, con l’obiettivo di avviare uno studio per dare assistenza ai cittadini catapultati in una realtà inedita, restituisce il senso di estraneità di chi deve riallacciare un discorso amoroso con il territorio d’appartenenza.

Per di più la stessa presenza scenica dell’attrice rappresenta un punto di forza: l’immagine contemporanea (capelli e outfit) e il carattere intraprendente la rendono radicalmente diversa e alternativa alle altre donne della città, che la guardano con sospetto (non è sposata e si occupa dei fatti altrui: what else?).

Ed è chiaro da subito che quella terapia proposta agli altri è ciò di cui lei stessa avrebbe bisogno, come sottolineano alcune scelte di regia dell’esordiente Manele Labidi (franco-tunisina, lei) che rielaborano in direzione onirica il conflitto identitario e l’incapacità di dare corpo al desiderio.

 

Su quel Divano a Tunisi dovrebbe accomodarsi proprio la psicoterapeuta, accodandosi alla fila di personaggi che all’istante si fanno convincere dei benefici della terapia, dall’istrionica direttrice del salone di bellezza piena di irrisolti problemi con la madre al fornaio che non vuole più sognare dittatori in situazioni erotiche.

La carne al fuoco è tanta: la vivace galleria di pazienti rischia di ridurre la commedia all'aneddotica (spicca l'impiegata comunale che smercia biancheria tra una pratica e l'altra), il filone sentimentale con il poliziotto resta un po’ sospeso (l’alcol test ai tempi dei tagli di budget è una bella trovata), quello surreale avrebbe meritato più spazio (a un certo punto spunta perfino un laconico Freud con fez rosso). Mina canta Città vuota sui titoli di testa e Io sono quel sono nel finale: uno spirito guida, una dichiarazione d’indipendenza.