The Wild Goose Lake

Un film liquido e mutaforma, noir malinconico di ombre e lampi improvvisi. Diao Yinan stupisce ancora, in gara a Cannes 2019

18 Maggio 2019
4,5/5
The Wild Goose Lake

Un uomo, una donna. La pioggia, incessante. Si incontrano sotto i piloni di una stazione, il rumore dei treni è frastuono.

Lui è Zhou Zenong (Hu Ge), pezzo grosso di una banda di rapinatori ora in fuga perché ricercato dopo aver sparato a un poliziotto. Lei, Liu Aiai (Gwei Lun-mei), una giovane prostituta mandata lì dai compari di lui per fargli compagnia e aiutarlo a non dare troppo nell’occhio. O, almeno, questo è ciò che lei gli racconta.

Cinque anni dopo l’Orso d’Oro vinto a Berlino con Fuochi d’artificio in pieno giorno, Diao Yinan stupisce nuovamente (in concorso a Cannes) con un noir malinconico e dall’intreccio avvincente.

Ancora una volta, cinema di genere e cinema d’autore si fondono, Diao lascia che la trama si disveli poco a poco, affidando prima a uno, poi all’altra, il racconto degli eventi precedente il loro incontro.

Contestualmente, il regista costruisce un doppio binario su cui far muovere le azioni dei malavitosi da una parte e dei poliziotti dall’altra, impegnati in una caccia all’uomo a tappeto.

Non c’è un’inquadratura gratuita, ogni situazione – anche le più disparate (spesso nel bel mezzo di un inseguimento perdiamo di vista i protagonisti perché ci troviamo dentro degli stanzoni dove sta succedendo tutt’altro, rimanendo lì a vivere un altro piccolo film nel film) – esplodono con la potenza di un qui e ora di rara suggestione, le figure si nascondono per un attimo dietro teli di plastica sporchi ma trasparenti, le ombre sui muri sostituiscono la sagoma in carne e ossa dei personaggi.

Momenti dai tempi dilatati e caos assoluto si alternano in maniera mai forzata né banale, sfiorando più volte le derive thriller di una narrazione che non perde mai di vista il centro della questione.

C’è tempo anche per un breve, fugace omaggio a La signora di Shanghai di Orson Welles, in questo andirivieni senza sosta in cui chiunque – anche la moglie del fuggitivo (Wan Qian) – agisce in un modo ma nasconde altro.

Un film liquido e mutaforma, con lampi improvvisi di violenza efferata ma dal pattern indiscutibilmente nostalgico, che non lascia via di scampo.

Ma che affida al colpo di coda nel finale la possibilità di una nuova speranza. Bellissimo.

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