Fuochi d’artificio in pieno giorno

Forse indulge troppo nelle ellissi, ma il noir del cinese Yinan Diao convince assai: Orso d'Oro a Berlino 2014

22 Luglio 2015
4/5
Fuochi d’artificio in pieno giorno

Fuochi d’artificio in pieno giorno, l’opera che ha fruttato l’Orso d’oro della Berlinale 2014 al regista cinese Yinan Diao, ha un doppio merito: quello di percorrere i consueti binari del noir – i cliché ci sono tutti, è innegabile – riuscendo però a fondere abilmente il modus operandi del genere con le ambizioni d’autore. La narrazione, ambientata nella gelida Cina settentrionale dei primi anni duemila, segue il percorso di Zhang (Orso d’argento per il miglior attore a Liao Fan, bravissimo), ispettore di polizia disilluso e alcolista; convinto di poter riprendere l’indagine su di un assassino che fa a pezzi le proprie vittime, inchiesta che cinque anni prima aveva causato il suo trasferimento, Zhang scopre che una taciturna e solitaria ragazza, commessa in una lavanderia, potrebbe essere collegata ai delitti. L’avvicinamento fra le due solitudini, tuttavia, diviene ben presto fonte di nuovi problemi.

La pellicola ha più di un debito con lo splendido Memories of murder del sudcoreano Bong Joon-ho, soprattutto a livello di spunti narrativi e tematici: la ricerca di un misterioso assassino seriale che finisce per diventare ossessione esistenziale del detective, la banalità del male innestata nelle pieghe grigie e asfissianti della vita di provincia, la solitudine dell’individuo sradicato dalla realtà e dalle relazioni interpersonali. Già come in Memories, anche qui è presto chiaro che l’indagine nera assurge a metafora antropologica di una società incancrenita e sull’orlo del baratro, là dove il riscatto del singolo è un tentativo inesorabilmente votato alla sconfitta e all’auto-annientamento: si veda, al proposito, il finale bizzarro e surreale che spiega il curioso titolo del film (così anche in originale), come a suggerire un estremo atto di ribellione infantile e provocatorio che esclude però, per sua stessa natura, la possibilità di incidere su una realtà troppo caotica e assurda per averne ragione.

Unico neo, l’eccessivo ricorso all’ellissi narrativa, cui il cinema orientale indulge forse troppo spesso, e che rischia di lasciare spaesati gli spettatori meno propensi a lasciarsi immergere in un contesto cinematografico (e sociale) così apparentemente distante dal nostro. Il sospetto insinuante, invece, è che l’entropia contemporanea, indipendentemente dalla latitudine, intacchi ogni tipo di società ovunque nel globo, e dunque anche la nostra.

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