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@MichaelZelniker
Siamo abituati a pensare al cinema come a un espediente per fuggire dalla realtà, a un dispensatore di storie nate per farci evadere dal quotidiano. Ma per fortuna qualcuno rifiuta l'escapismo, e rivendica la funzione centrale della macchina da presa: essere il testimone privilegiato e rigoroso del nostro tempo. Michael Zelniker appartiene a questa seconda categoria. Dopo una solida carriera come attore (spicca la sua collaborazione con Clint Eastwood in Bird), il cineasta canadese ha scelto di mettere lo strumento cinematografico al servizio della Terra.
Lo avevamo già apprezzato nel riuscito saggio ecologista The Issue with Tissue: A Boreal Love Story, dove il legame viscerale con la foresta boreale e le popolazioni indigene diventava un grido d'aiuto contro l'espansione industriale. Oggi quel cammino di sensibilizzazione, radicato nel suo attivismo come volontario nel Climate Reality Project di Al Gore, compie un passo in avanti con The Struggle for Mother Water. Si tratta di un'imponente docuserie in otto episodi da 52 minuti ciascuno.
Se nel precedente lungometraggio Zelniker si concentrava sul polmone verde del Nord America per poi raggiungere un respiro universale, qui l'orizzonte si allarga in maniera vertiginosa. The Struggle for Mother Water è il frutto di un viaggio straordinario durato 219 giorni. Un pellegrinaggio che ha portato il cineasta ad attraversare 21 Paesi situati in ogni angolo del globo, toccando Messico, Colombia, Uganda, India, Indonesia, fino all'Europa. Al centro dell'indagine c'è il bene più prezioso, l'oro trasparente del nostro pianeta: l'acqua. La libera fruizione è oggi negata a oltre due miliardi di persone nel mondo. Zelniker adotta l’etica dell'ascolto, per dare voce a chi è stato troppo a lungo ignorato o emarginato.
La struttura stessa della narrazione evidenzia una connessione biologica e spirituale che supera i confini geopolitici. Nella sigla di ogni puntata, i protagonisti ripetono la battuta: "L'acqua è vita" in 25 lingue diverse. È un mantra nato spontaneamente durante le riprese, che dimostra quanto l'allarme sia condiviso a ogni latitudine. Zelniker filma i paradossi del nostro tempo, come il cinismo industriale in Canada, dove l'acqua viene deliberatamente avvelenata per profitto e poi ripulita tramite costosi sistemi sovvenzionati, o la drammatica realtà del Nord della Thailandia, al confine con il Myanmar. Lì, dove un tempo i contadini bevevano la “pioggia” o attingevano in sicurezza da laghi e fiumi, l'uso massiccio di pesticidi ha avvelenato i campi, costringendo le popolazioni locali a dipendere dall'acqua in bottiglia e innescando un devastante circolo vizioso legato alla plastica.
L'aspetto più dirompente della serie risiede però nello sguardo dedicato al ruolo femminile. In ogni luogo visitato dal regista, sono le donne a farsi carico della protezione e del procacciamento idrico per le proprie famiglie. Ne emerge un dato statistico agghiacciante: ogni giorno impiegano complessivamente 250 milioni di ore alla ricerca di acqua pulita. Un dato che fotografa una disperazione silenziosa e quotidiana, ma che Zelniker trasforma nel racconto di una resistenza fiera e coraggiosa.
In perfetta continuità con il rigore formale e l'umiltà stilistica già visti in The Issue with Tissue, evita la retorica catastrofista fine a sé stessa. Il titolo racchiude una doppia valenza: la battaglia politica e sociale affinché l'acqua sia considerata un diritto umano e non una merce, e l'imperativo ecologico di proteggere le riserve naturali rimaste. Formato alla scuola della finzione ma storicamente influenzato dai documentari di maestri come Ken Burns e Michael Moore, Zelniker firma un affresco che scuote le coscienze. Ma l'impegno non si esaurisce sullo schermo: l'esperienza diretta con le famiglie incontrate ha spinto il regista a fondare il Mother Water Fund, un'organizzazione umanitaria a cui viene devoluto il 100% delle donazioni per finanziare infrastrutture idriche e igienico-sanitarie delle comunità al centro del documentario.
The Struggle for Mother Water è un atto di resistenza visiva che ci costringe ad aprire gli occhi, prima che il rubinetto della nostra civiltà smetta definitivamente di erogare il futuro. Perché, come ci ricorda Zelniker, l'unico modo per cambiare il modo di pensare delle persone è passare inevitabilmente attraverso il cuore.
