The Hunter

Ottimo thriller metropolitano per Rafi Pitts: Fuori concorso, l'iraniano Alì come Dirty Harry, Teheran come non diresti

2 Dicembre 2010
4/5
The Hunter

Fuori dal carcere, gli è rimasta la passione per la caccia. Soprattutto, quella per moglie e figlia. Ma non vivranno felici e contenti: Ali perde entrambe, la sposa colpita da un “proiettile vagante” durante una manifestazione, la piccola scomparsa. Alì indaga, soprattutto chiede: non tanto aiuto, quanto semplici risposte. Non le ha: la polizia è muta e aggressiva, il dolore sordo, e la vendetta bussa. Stile JFK, imbraccia il fucile e spara da una collina: due poliziotti rimangono stecchiti, lui inizia la fuga. Viene preso, si innesca un triangolo con i due agenti e spunta un’inversione di ruoli: chi è preda, chi cacciatore? Dimenticavamo, siamo in Iran, a Teheran, ma potremmo ometterlo: non perché il regista Rafi Pitts lo camuffi, ma perché questo The Hunter (in sala con Fandango a marzo-aprile 2011) è autenticamente glocal e stride con l’immaginario cinematografico ultimo scorso.
Già, non è un paese per vecchi (il 70% della popolazione ha meno di 30 anni), soprattutto non è di sole capre, pecore e campagne: la capitale è una metropoli, che Pitts indaga con campi lunghi sul traffico e la macchina in fuga, campi medi su crocicchi e incroci, sonoro urbano, a servire le geometrie variabili della vendetta. Che terminerà tra i boschi, la pioggia e lo scambio di persona, anzi, di divisa, ma non temete: il finale è aperto, ambiguo e riflessivo, come le sequenze che lo precedono.
Nel fuoricampo interno, si sente – e si vede – la lezione di Monte Hellman e degli altri grandi arrabbiati del cinema americano Seventies: su tutti, Don Siegel e il suo Dirty Harry, nello scontro tra legge e Legge, giustizia privata e ingiustizia pubblica, sul basso continuo della vendetta. Dunque, il thriller è servito, e dice molto dell’Iran oggi, soprattutto di quel che non diremmo al riguardo. Su due fronti, perché il contenuto metropolitano è sorretto da uno stile con la S maiuscola: dialoghi senza sproloqui, tallonamento “reale” ma non neorealistico, fertile dialettica tra calligrafia d’autore e ortografia di genere, controllo quasi dittatoriale su visivo e sonoro, sorretti da scelte abbastanza radicali.
Se consideriamo che Rafi Pitts, classe ’67, presente parigino, ma l’Iran dentro, è anche sceneggiatore e attore protagonista forse di caccia ne è iniziata un’altra: quella all’Autore.

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