È vero, The Drama inizia come la più classica delle rom-com. Lui, Charlie, (Robert Pattinson) che inventa di aver amato un libro mai letto per attaccare bottone con lei, Emma (Zendaya) che, in quella caffetteria, dapprima non si accorge del suo approccio perché sorda da un orecchio.

Ed è altrettanto vero che l'innominabile rivelazione che arriva a pochi giorni dalle nozze dei due muta drasticamente il groove del poi acidissimo film diretto da Kristoffer Borgli.

Ora, per carità, comprendiamo bene che quel "segreto" possa essere equiparabile ad uno spoiler (anche se a occhio e croce arriva grosso modo neanche 20 minuti dopo l’inizio del film) e possiamo anche arrivare a comprendere le premure del distributore nel chiedere a giornalisti e critici di non rivelarlo.

Che poi, come spesso accade, è anche il cosiddetto segreto di Pulcinella, dato che la polemica riportata giorni fa dal Guardian (relativa a Tom Mauser, padre di una delle vittime della strage di Columbine) è naturalmente rimbalzata in tutto il mondo.

Il problema, semmai, è un altro. E ancora una volta ci obbliga a riflettere sul senso di una professione, la nostra, che in casi come questo dovrebbe mantenersi su una superficie di galleggiamento che non preveda “immersioni” più “pericolose” di quelle che si richiedono ad un poster o, nella migliore delle ipotesi, ad un trailer di massimo due minuti.

Oltre al fatto che prima o poi bisognerà realmente mettersi d’accordo sul vero significato del termine spoiler: sarà forse diverso rivelare il finale dei Soliti sospetti (plot twist che rimette in discussione l’intera visione) dallo “svelare” quale sia il tremendo segreto che Zendaya condivide in quella cena prematrimoniale con ¾ di film ancora da vedere?

L’effetto sorpresa (che nei limiti del possibile dovrebbe essere salvaguardato per gli spettatori) è in quel “segreto (che) è per sempre” e che invece non lo è manco per niente (visto che viene spifferato quasi subito) o piuttosto nel modo in cui quel “segreto” agisce sul sentimento e, di conseguenza, sulla percezione di quella persona che avranno poi gli auditori?

Affrontare “criticamente” un film come questo senza poter parlare del “fatto” che lo anima (cambia qualcosa se è stato effettivamente compiuto o solamente teorizzato?) diventa operazione non solo difficoltosa ma anche abbastanza inutile. Perché una “premura” del genere obbliga ad un’analisi che non può ad esempio ragionare su un argomento delicatissimo (specie negli States) e castra qualunque ipotesi di approfondimento che non vada oltre le canoniche osservazioni sulla “bravura degli attori” e poco di più. Come se bisognasse aspettare The Drama per scoprire la bravura di Zendaya e Robert Pattinson.