L’infanzia di un capo

I germogli del totalitarismo europeo nel discreto esordio dell’americano Brady Corbet. Con Robert Pattinson e Bérénice Bejo

27 giugno 2017
3/5
L’infanzia di un capo
The Childhood of a Leader

L’eccessiva ambizione di un progetto può inquinare anche le migliori intenzioni. Il giovanissimo regista americano Brady Corbet, già attore in pellicole come Melancholia o La fuga di Martha, nella sua opera di esordio cerca di condensare così tanti temi e di raccontare una così complessa metafora storica e distopica da rischiare di risultare arrogante e pretenzioso. In realtà, se ci si lascia trasportare dal fascino della storia martellata da una possente colonna sonora (di Scott Walker) e ben interpretata da un cast interessante senza intestardirsi nello sviscerare le ambiziose intenzioni del regista, allora The Childhood of a Leader può risultare un film anche gradevole.

Liberamente ispirato a un racconto di Jean-Paul Sartre e girato in 35mm, il film racconta, in quattro atti, la vita del piccolo Prescott nella villa vicino Parigi dove è alloggiato con i suoi genitori nel periodo in cui il papà, consigliere del presidente americano Wilson, lavora alle stressanti trattative di definizione di quello che diventerà il famigerato trattato di Versailles, appena dopo la fine della prima guerra mondiale. Ogni capitolo giunge al suo climax con un particolare scatto d’ira del bambino, che porta inevitabilmente alla continua ridefinizione degli equilibri di potere familiare, in quella che è una lampante e allo stesso delicata simbologia del male del fascismo che di lì a poco infetterà l’Europa. Il tema centrale del film esplode in un assordante e sconvolgente finale (evitiamo di rivelarlo) che chiarisce la sua natura distopica e profondamente politica, ma anche ideologicamente ambigua. E, appunto, un po’ arrogante.

Dichiaratamente ricco di citazioni cinefile e stilistiche, da Haneke a Lars von Trier, fino ai classici di Dreyer e Jean Vigo, The Childhood of a Leader (a Venezia 2015, nella sezione Orizzonti) gioca ossessivamente con tutti gli elementi cinematografici che ha a disposizione per costruire la sua metafora sul totalitarismo: lo scontro tra lo sterile e vigliacco mondo maschile dei diplomatici e quello femminile, al contrario domestico e vibrante, che circonda il bambino (con le tre profondamente diverse figure di donna che gestiscono la sua vita: l’austera mamma, la dolce governante e l’insegnante di francese interpretata da Stacy Martin), le angosce religiose, la musica assordante, la fotografia opprimente, i dialoghi sospesi.

Nel cast un ottimo Robert Pattinson che con un cameo di soli dieci minuti regala significato a tutto il film, la bellissima Bérénice Bejo nel ruolo della crudele mamma del protagonista e Liam Cunnnigham (Il trono di spade) in quelli del papà diplomatico.

Nonostante tutto, un buon esordio per Brady Corbet.

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