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Susan Sarandon in The Accompanist
In altri tempi – o meglio in un altro cinema – un personaggio come quello di Sylvia, una settantatreenne apparentemente strampalata ma con un trauma mai risolto a lacerarle l’anima, avrebbe portato Susan Sarandon almeno a una candidatura all’Oscar. Un po’ perché, nonostante gli indiscutibili progressi, non è che sia così frequente vedere un’attrice anziana alle prese con un ruolo così interessante e anticonvenzionale. Sarandon, magnifica ottantenne, si trova in quella fase della carriera (e della vita) a fioccare sono parti da comprimaria, dalla nonna illuminata (come in Nonnas) alla matriarca destinata a morire (Blackbird – L’ultimo abbraccio). E un po’ perché The Accompanist ce la restituisce protagonista assoluta, istrionica e sfaccettata. Soprattutto credibile, perché la diva più barricadiera porta in dote il carisma di un’irriducibile idealista e la malinconia di una professionista con mezzo secolo di esperienze.
Presentato nel concorso internazionale di Alice nella Città, The Accompanist è la storia di Emily, una giudiziosa bambina di 8 anni che vive con l’amorevole nonno, che l’ha tirata su da solo in assenza dei genitori. Dopo un incidente quasi fatale, la bambina chiede alla dottoressa della scuola qualche medicina per curare “la confusione”. Risultato: vengono attivati i servizi sociali ed Emily viene allontanata dal nonno ormai, la cui demenza senile sembra avanzare troppo rapidamente. Ad accoglierla in una grande casa lontana dal suo quartiere c’è Sylvia, una signora eccentrica temporaneamente scelta come genitrice affidataria. A poco a poco, la donna riesce a instaurare una relazione affettiva con quella bambina inizialmente ostile perché destabilizzata dalla situazione e preoccupata per il nonno. E nel cui trauma riconosce qualcosa di analogo: che quel rapporto sia l’occasione per una rinascita?
Esordio alla regia di Zach Woods (attore e comico che abbiamo visto in The Office, Silicon Valley e Veep), che l’ha anche scritto con Brandon Gardner (tra i produttori c’è Aubrey Plaza, che interpreta il ruolo dell’ansiosa assistente sociale), The Accompanist è un dramedy piccolo e ammirevolmente fragile, un misurato feel good movie sospeso tra la voglia di tenerezza e il racconto di formazione che offre un’intensa variazione del grande tema dei legami elettivi tra anziani e bambini. E che, in modo spericolato se non confuso e qua e là posticcio, non rinuncia a suggestioni oniriche, dalle voci lontane ma sempre presenti che affollano la mente di Sylvia agli incubi che convocano le immagini del passato fino a bizzarri voli per sfidare la paura del temporale. Un mondo magico in cui la signora e la bambina (Everly Carganilla, straordinaria) si ritrovano senza preavviso, quasi come se il sogno indicasse loro una direzione per la vita.
Ed è nella casa, come concetto ideale e spazio fisico, che Woods configura le conseguenze del trauma, aderendo al dolore di una bambina violentemente sradicata dal suo nido (ma la critica ai metodi dei servizi sociali passa in secondo piano per un certo approccio umanista nei confronti dell’assistente Plaza) e accolta nella tana di una donna che sembra quasi fossilizzata in quel luogo fermo nel tempo (gli spartiti della figlia perduta, i souvenir di vecchi viaggi, gli arredi fuori moda). Pur prevedibile nel suo svolgimento e un po’ affaticato nella seconda parte, è un film inquieto come l’autunno che fa da sfondo ma anche toccato di una sua insolita grazia.



