Strano regista, Derek Cianfrance, uno che dopo Blue Valentine – uno dei film d’amore più sconquassanti degli ultimi vent’anni – sembrava destinato a scuoterci sempre: poi ha diretto il thriller morale Come un tuono, il mélodrammino La luce sugli oceani, che non sono esattamente risolti o compiuti, e le sei puntate di Un volto, due destini e ha scritto il soggetto di Sound of Metal, storia più affine alle sue corde.

A nove anni dall’ultimo film, Cianfrance torna Roofman, una storia vera che avrebbe potuto tradurre comodamente nelle forme cupe e serie alle quali ci ha abituato, leggendo il protagonista nel modo più facile possibile, cioè come un bugiardo inaffidabile e pericoloso. E invece no: ci spiazza con una commedia malinconica che strizza l’occhio alla New Hollywood di Hal Ashby, dove quello criminale è un contesto in cui si muovono personaggi difettosi, talvolta indifendibili, verso i quali non si può non provare l’affetto dovuto ai perdenti.

All’origine c’è la storia di Jeff Manchester (Channing Tatum, molto a suo agio nella sua renaissance d’auteur), un veterano dell’esercito finito in carcere dopo aver rapinato una quarantina di McDonald’s e rinchiuso il personale nelle celle frigorifere. Gentiluomo del crimine, viene arrestato al compleanno della figlia avuta dalla moglie (che poi, esasperata, lo lascia). Quando riesce a evadere, si nasconde in un negozio di giocattoli e si innamora di una delle commesse, una madre single che riconosce in lui la possibilità di una nuova vita (Kirsten Dunst, al solito sguazzante in questi ruoli in bilico tra il calore e il disincanto).

Channing Tatum in Roofman
Channing Tatum in Roofman

Channing Tatum in Roofman

(Davi Russo / Paramount Pictures)

Nonostante il tono brillante faccia supporre altro, è un film che appartiene completamente a Cianfrance, anche sceneggiatore con Kirt Gunn. Lo si capisce dall’adesione al lessico quotidiano di un’America periferica, più omessa che dimenticata e agli onori delle cronache solo per i casi di cronaca, e dalla capacità di ricostruire un clima sociale che si riflette anche nelle immagini, simili per densità e cromatismi a quelle di un film girato all’inizio degli anni Zero (la texture del 35 mm è una spia), il periodo inquadrato da Cianfrance.

Decisivi, in questo senso, la fotografia è del sodale Andrij Parekh (che peraltro ha mosso i primi passi in quel periodo, pensiamo ad Half Nelson), la scenografia di Inbal Weinberg (soprattutto nell’architettare il negozio di giocattoli) e la colonna sonora di Christopher Bear, membro dei Grizzly Bear che porta in dote un coerente afflato indie rock. Forte di un cast saggiamente assortito (citiamo almeno il direttore del negozio Peter Dinklage, il pastore locale Ben Mendelsohn e sua moglie Uzo Aduba, facce capaci di trasmettere la polifonia della suburbia), Roofman si dilunga un po’ e rischia di affaticare il passo, ma è empatico e piacevole quanto basta per farsi voler bene.