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Josephine (2026)
L’occhio si sa può uccidere. Lo sostenevano già Michael Powell ed Emeric Pressburger nel 1960: con il loro Peeping Tom (da noi appunto L’occhio che uccide) sottolineavano la funzione voyeuristica del cinema. Più di sessant’anni dopo ci si continua a interrogare sullo sguardo. Ed è con Josephine (vincitore con merito del Sundance Film Festival e in concorso alla Berlinale) che si aggiunge un nuovo tassello al mosaico.
Una bambina di nome Josephine corre nel parco all’alba col padre. Gli sfugge, si nasconde tra gli alberi, e assiste a uno stupro. La macchina da presa non si sottrae, anche lo spettatore si fonde con la brutalità di cui è testimone la piccola. La soggettiva viene utilizzata più volte, come nella sequenza iniziale, prima dell’incubo. Le fragilità di Josephine, e i suoi demoni, ci appartengono.
La regista Beth de Araújo si dimostra in controtendenza: non protegge la sua Josephine, che ha solo otto anni, ma la mette al centro della tragedia. Il suo è un atto politico, che affonda le radici in un’attualità sempre più oscura. Josephine si fa quindi manifesto di un contemporaneo in cui il cinema non può mostrarsi indifferente. Non è più l’occhio che uccide, ma il vero assassino è la volontà di illudersi che nulla stia accadendo.
Quali possono essere gli effetti di un tale crimine sulla giovanissima protagonista? Di sicuro i toni da favola sono lontani. Qui ci si immerge in atmosfere buie, in cui anche i genitori sono sotto scacco. Non importa se il padre (un ottimo Channing Tatum) è un eroe, perché ha catturato lo stupratore. Il vero dubbio è se è in grado di sostenere psicologicamente sua figlia. Anche i paladini sono passati di moda. Come direbbe Robert Aldrich: “Non è più tempo di eroi”. Viene rappresentata un’America in crisi, in cui gli innocenti diventano le vittime del sistema. Le istituzioni calano la mannaia su chi non ha colpa. Nelle aule di tribunale si rischia di alimentare i traumi invece di tutelare l’infanzia.
Non è un caso che l’opera prima di Beth de Araújo (Soft & Quiet) parlasse di suprematismo bianco, di diritti civili. Con Josephine la cineasta dipinge un affresco in cui l’ombra si fa luce, in cui sono le nuove generazioni a dover sostenere quelle precedenti. Chi è davvero Josephine? È il prodotto di una società dove nessuno è al sicuro. Ma la regista manda comunque un messaggio di speranza, invita a non cedere e ad alzare la testa. Josephine è un film potente, tecnicamente ispirato (di grande effetto il piano sequenza durante il processo), che ci auguriamo possa arrivare presto in Italia.
