Brett Goldstein e Jennifer Lopez si stringono la mano per la prima volta e lui non ha una pistola in tasca: è semplicemente felice di vederla. Chiaro? È una scena evidentemente licenziosa, se non proprio pecoreccia, che definisce il carattere di Office Romance, ennesima commedia romantica che conferma l’interesse di Netflix per il filone. D’altronde, com’è noto, la piattaforma, il che spiega il ciclico proliferare di storie a base di retaggi Harmony, innocui erotismi e schermaglie amorose. Ma il caso di Office Romance è particolare ed emblematico, sia dal punto di vista del casting sia da quello del tono.

La strana coppia di protagonisti è composta da una star latina a suo agio nel genere (da Prima o poi mi sposo e Un amore a cinque stelle fino a Marry Me) e un eclettico attore e sceneggiatore britannico in rampa di lancio (ha scritto e interpretato le serie Ted LassoShrinking e la sci-fi romantica All of You). La chimica, l’abbiamo visto, è anzitutto sessuale e per buona parte del film la questione riguarda proprio il fatto che i due si desiderano ma non possono assecondare la voglia. L’ostacolo è la policy aziendale: lei, infatti, è una capitana d’azienda sotto processo per aver avuto una relazione con un socio (“Ho dichiarazione giurate che confermano che non faccio l’amore!”); lui è il suo avvocato, uno stakanovista che non ha rapporti da almeno un anno. Da cui, si capisce, la reazione piuttosto scomposta che l’uomo manifesta al primo contatto con l’affascinante signora.

© 2026 Netflix, Inc.
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Office Romance. (L-R) Jennifer Lopez as Jackie Cruz and Brett Goldstein as Daniel Blanchflower in Office Romance. Cr. Netflix © 2026. (Courtesy of Netflix)

Come in un cinepanettone di lusso, la prima parte di Office Romance accumula doppi sensi e allusioni sessuali, conferendo alla commedia un registro più umoristico che sentimentale, perfino greve nonostante le forme siano abbastanza patinate (c’è anche Bradley Whitford che si strozza mangiando un burrito). Poi, quando l’attrazione fatale tra due persone che non possono assecondare i propri desideri si trasforma in una relazione clandestina e pericolosa che dal sesso slitta all’amore, il film prende una piaga più piatta e convenzionale, anche incoerente considerando i presupposti.

Il tema dei rapporti nelle grandi aziende poteva essere interessante, soprattutto in un sistema, come quello americano, in cui le nuove regole risentono dell’impatto del #MeToo e dei cambiamenti culturali nell’approccio alla materia. Ma la questione più spinosa (la relazione tra una superiore e un subordinato è sempre problematica?) si annacqua subito perché la consensualità non è mai messa in discussione, peraltro essendo l’unica possibilità per restare nei binari del genere evitando qualsiasi deriva perturbante. Il problema è nel manico, nella sceneggiatura frettolosa e poco briosa firmata da Goldstein con Joe Kelly, ma anche nella regia blanda e illustrativa di Ol Parker (uno che è riuscito a smorzare perfino una romcom con Julia Roberts e George Clooney, Ticket to Paradise). Sarà un successo nelle visualizzazioni ma probabilmente mai un classico.