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Normal
Cosa resta di un regista cult? E di un attore cult? Per paradosso Normal può essere preso come titolo simbolico per la “normalizzazione” di Ben Wheatley e Bob Odenkirk, rispettivamente regista e attore protagonista. Il primo, autore britannico, era esploso negli anni Dieci con il magnifico e spietato Kill List, ormai nello scaffale degli amanti del genere, e si era ripetuto a stretto giro con Killer in viaggio e A Field in England. Poi l’irruzione della normalità, seppure relativa: confermandosi regista di genere puro, ha firmato lo sparatutto Free Fire e sfidato perfino il remake di Rebecca di Hitchcock, con risultati discutibili, per poi ricadere nelle acque di Shark 2. Da parte sua Odenkirk resta il corpo e volto immortale di Better Call Saul e oggi si candida come novello Liam Neeson, basti guardare il dittico Io sono nessuno: lode a lui che frequenta il cinema di genere a testa alta, senza per forza scivolare nell’autorialità impegnata che non è obbligatoria.
Regista e attore si ritrovano in questo Normal, un esercizio di genere puro. Ambientato nella cittadina fittizia del titolo, Normal in Minnesota, il film si apre con l’arrivo di Ulysses (Odenkirk) come sceriffo sostitutivo, dopo la morte del titolare per presunto infarto, in attesa che venga eletto il nuovo tutore della legge. Il paesino rispecchia il nomen omen, ossia non succede niente di particolare, tutto scorre su binari prestabiliti, e anche il nome dello sceriffo è smaccatamente simbolico dato che Ulisse cerca la sua Itaca, l’approdo, dopo un evento tragico nel passato che ha distrutto la vita e il rapporto con l’amata moglie. Il massimo che può succedere a Normal è un alce che ruba un secchio di vernice o una lite tra anziani nell’emporio del paese. Ma c’è un però. Il teaser del racconto mostra una sequenza che sembra parodia di Kitano, ovvero un meeting della yakuza che finisce grottescamente col taglio del dito. Poi si piomba nella città, le cose sono collegate…


Non si può svelare troppo senza rovinare il meccanismo di Normal, che si srotola per novanta minuti con ritmo sincopato e avvincente. Ovviamente la situazione non sarà affatto tranquilla e anzi la mafia giapponese ha scelto il piccolo centro come deposito dei beni criminali, nel caveau dell’unica banca, corrompendo di fatto l’intero paese. Tranne l’ignaro sceriffo. Da questo congegno deriva una progressione indiavolata che esalta le qualità di genere di Ben Wheatley: sparatorie, ammazzamenti, colpi di scena e soprattutto coreografia dell’azione e della morte, già firma costitutiva del cineasta, sempre magistrale nell’action.
A proposito di Normal sarebbe facile tirare in ballo i capisaldi del genere: Fargo per il pasticcio scolpito nella neve, Tarantino per i dialoghi grotteschi (e c’è anche un orecchio tagliato), perfino l’assurdo di Edward Wright quando una vecchietta impugna il fucile. La storia rievoca soprattutto un racconto classico di Dashiel Hammett, La città degli incubi (Nightmare Town, 1924) che partiva dalla stessa idea: un piccolo centro con tutti criminali, in cui l’unico onesto deve salvare la pelle. Lì era la premessa per un crime drammatico, qui per un gioco paradossale e denso di ironia. Chissà se lo sceneggiatore Derek Kolastad, autore di John Wick, l’ha letto e considerato in sede di stesura. Ma poco importa, serve per dire che Normal non è un mero calco di genere anzi vi riflette sopra: prende stereotipi e topoi, li impasta tra loro in modo consapevole, non cerca l’originalità ma vuole allestire un oggetto “solo” divertente. Un giro di giostra. La figura di Odenkirk è instant cult, Ben Wheatley non farà più Kill List ma ci sta ancora dentro.
