Nessuno mi pettina bene come il vento

Peter Del Monte convince poco: mette in scena solitudine e pregiudizio, ma in maniera incompiuta e sommaria

10 Aprile 2014
2/5
Nessuno mi pettina bene come il vento
Nessuno mi pettina bene come il vento

Nessuno mi pettina bene come il vento, la pellicola di Peter Del Monte, prende in prestito un aforisma di Alda Merini come titolo ideale per mettere in scena la parabola di una scrittrice, Arianna (Laura Morante), che si è volontariamente esiliata in una deliziosa località marittima sbattendo in faccia la porta al mondo esterno. Delusa e disincantata dalla vita, racconta storie e scrive libri prendendo le debite distanze dall’umanità, fino a quando una ragazzina, Gea (l’esordiente Andreea Denisa Savin), non fa breccia nel suo cuore. Figlia della giornalista che va ad intervistarla, decide di rimanere qualche giorno a casa della donna anziché seguire uno dei genitori. Ribelle, polemica ma anche arguta e brillante, la piccola “peste” mina le certezze della protagonista con osservazioni caustiche e domande dirette.
La causa scatenante del confronto è rappresentata da un gruppo di teppistelli che turbano la quiete del vicinato “occupando” la piazzetta sotto casa di Arianna. Questo scontro che si alimenta dai reciproci pregiudizi è il fulcro di tutta la vicenda: si parte dalla solitudine dei vari personaggi per approdare in collisioni di rotta tra loro piuttosto drammatiche.
Il film ha l’ambizione di scomporre la società in piccoli pezzi e di analizzarne le anomalie nei rapporti umani più diversi e problematici: vorrebbe scavare a fondo nei labirinti dell’anima ma si perde ben presto in dialoghi poco credibili e situazioni quasi grottesche. Alza un enorme polvere e prova a porsi mille interrogativi senza essere in grado di trovare un equilibrio nella narrazione. Lascia in sospeso, in maniera astratta, qualsiasi spunto senza approfondirlo.
Il tentativo è lodevole, ma il risultato non convince: il ritmo troppo sincopato amplifica l’incapacità di instaurare un vero legame emotivo tra lo spettatore e il personaggio, togliendo fluidità e naturalezza alla storia. Le interazioni, mai esplorate fino in fondo, scivolano spesso in una forzatura e non si arriva mai a capire le motivazioni alla base di un comportamento.
In questo caso il non detto gioca un brutto scherzo, anche se parte da uno spunto interessante, la convivenza forzata tra due figure femminili complicate.

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