Nemico pubblico n.1 – L’ora…

Seconda parte del dittico sul gangster Mesrine: il trasformismo di Cassel al servizio di azione e sangue

16 Aprile 2009
3/5
Nemico pubblico n.1 – L’ora…
Vincent Cassel è
Jacques Mesrine


E’ il 1979, il corpo senza vita e trivellato di colpi del gangster Jacques Mesrine giace in una BMW 528i acquistata qualche settimana prima. La seconda parte del dittico Nemico pubblico n.1 diretto da Jean François Richet inizia, come la precedente, con la morte del suo assoluto protagonista, “giustiziato” senza possibilità di appello dalla polizia francese in mezzo ad una strada di Parigi. Dopo la ricostruzione filmata de L’istinto di morte – autobiografia già di per sé romanzata scritta da Mesrine durante la permanenza forzata prima dell’ultima, clamorosa evasione con François Besse (Mathieu Amalric) – L’ora della fuga riprende il discorso dal ritorno in patria del gangster dopo l’esilio canadese, raccontando gli ultimi anni di vita di Mesrine: dalle rocambolesche rapine in banca con “La portaerei” Michel Ardouin (Samuel Le Bihan) al sodalizio con il già citato Besse, dall’infinita sfida con il commissario Broussard (Olivier Gourmet) all’avvicinamento con le frange di estrema sinistra (Gerard Lanvin), passando per la totale e coinvolgente passione amorosa rappresentata da Sylvia (Ludivine Sagnier).
Ancora una volta sorretto da un Vincent Cassel gigantesco, ingrassato più di 20 chili e “mascherato” in ogni modo possibile e immaginabile per sottolineare il trasformismo dell’ultimo Mesrine, il film di Richet trova in questa seconda parte un equilibrio formale e narrativo più coerente, lasciando carta bianca alla “spettacolarità” di un personaggio che negli anni ’70 sferrò con maggior impeto il guanto di sfida alle istituzioni francesi, incarnando allo stesso tempo le contraddizioni di un’epoca in cui – a livello politico e sociale – si doveva decidere se stare al di qua o al di là delle barricate: in questo senso, la figura di Mesrine rimaneva nel mezzo e nel film (che non manca di ricordare le azioni del FPLP e delle Brigate rosse, con l’uccisione di Aldo Moro) la questione trova perfetta sintesi con il rapimento dell’anziano Lelievre (Georges Wilson): “Lei non è un rivoluzionario, Mesrine. Altrimenti mi avrebbe già ficcato una pallottola in fronte senza pretendere nulla in cambio. Lei è un gangster, perché dopo aver preso i soldi del riscatto mi farà tornare libero”. Stessa cosa che più tardi gli farà notare Charlie Bauer (il già citato Lanvin): “Le tue azioni non servono a disperdere il capitale, ma ad incrementarlo: i soldi che rubi alle banche li usi poi per acquistare macchine costose o gioielli per Sylvia”. Incertezze e – perché no – ingenuità di un fuorilegge (ora simbolo delle banlieue perché icona del contropotere) che, affascinante quanto si vuole, nell’opera di Richet non trova mai la temuta esaltazione che troppo spesso il cinema regala ad antieroi di questo tipo: il pestaggio ai danni di un giornalista reo di aver scritto cose infamanti sul suo conto ne è l’esempio più lampante.

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