Fin dall’annuncio (a sorpresa) di Minerva – La scuola da parte di Netflix, all’ultima presentazione di palinsesto, ci siamo chiesti il senso di proporre nel 2026 una serie dal target giovane ambientata in un liceo militare, rendendoci presto conto durante la visione che forse il suo tempo era proprio adesso, e anzi c’è una certa urgenza.

Perché in mezzo ai cliché e ai topoi tipici del genere, a metà strada tra teen drama e young adult - con le storie di ragazzi, genitori e insegnanti che rientrano in tanti personaggi-tipo, nell’inclusività e nell’algoritmo tanto cari alla piattaforma – c’è il messaggio di fondo, che spinge per uscire. Ovvero quello della denuncia del cameratismo, del nonnismo e di tutte le pratiche che dovrebbero essere superate tra anziani e matricole, spesso con la protezione dei “piani alti” che le hanno fatte e subìte prima di loro, in un circolo vizioso che non riesce a trovare fine. Eppure c’è la speranza, l’apertura al “mondo di oggi” fuori da quelle mura piene di affreschi; quasi troppo opulenti ma perfetta rappresentazione dell’importanza dell’esercito nella società italiana “al fine di proteggere”. “La sicurezza permette di lamentarsi del resto” come dice il personaggio di Massimiliano Gallo (il comandante-preside) all’insegnante interpretata da Cristiana Capotondi (l’ultima arrivata fuori dal circuito di gradi e medaglie, l’occhio esterno che è il nostro di spettatori quando guardiamo la serie), rispondendo alla sua osservazione: “Con i soldi dati dal governo a questa scuola ci camperebbero cinque licei ‘normali’”.

Per entrare nell’Accademia militare c’è una dura selezione, si viene scelti, è una scuola d’élite sull’eccellenza italiana ed il punto è proprio questo: non è solo Mare Fuori (viene nominato il carcere Nisida ad un certo punto che ha ispirato il fenomeno Rai) che incontra The O.C. con la denuncia del privilegio e della disparità sociale, del contesto socio-culturale in cui si è cresciuti e da cui si vuole scappare. È anche porre la lente d’ingrandimento su un ambiente ancora patriarcale, dopo che Tredici lo aveva fatto col sistema scolastico americano: il colonnello interpretato da Irene Maiorino prova lentamente a cambiare le cose pur rispettando quel modus operandi secolare, facendo squadra con la nuova insegnante. Un ambiente omofobico soprattutto a livello maschile, in cui è meglio mettere a tacere e frenare sul nascere alcune “tendenze”. Il mistero di fondo che lega gli otto episodi serve a questo, mentre lo stile ammiccante giovanile sempre riconoscile di Ivan Silvestrini parla di inclinazioni fascistoidi proprio in questi tempi storici in cui stanno tornando prepotentemente in auge alcuni credi, alcune convinzioni profondamente radicate nella storia più nera d’Italia. Quindi forse il tempo della serie Netflix è qui e ora.

Parallelamente si parla di ordine, rigore, abitudine quotidiana, disciplina: tutti concetti che le Generazioni Z e Alpha sembrano aver perso di vista, come dicono alcuni. Tutto gli viene giustificato, condonato forse un po’ troppo facilmente (succede anche nel serial) eppure allo stesso tempo bisogna ricordare che diventeranno adulti in un mondo in cui la punizione corporale non dev’essere più la consuetudine accettata tacitamente “perché si è sempre fatto così”. Ciò che non ti uccide non sempre ti fortifica, a volte ti distrugge dentro un pezzo alla volta. C’è una perdita dei valori o, in effetti, una loro riscoperta tra i più giovani, a cui mancano terribilmente dei punti fermi a cui aggrapparsi?

Minerva – La scuola è un’occasione sprecata o un timido arrivo alla meta? Forse qualcosa a metà strada, come troppo spesso accade, ma che almeno non si ferma alle spunte sull’algoritmo. Qualcosa che prova a mettere anche un po’ di sostanza alla forma (iper-patinata, forse troppo, così come la bontà di fondo dei personaggi mai troppo ombrosi); un po’ di arrosto al fumo.