Miele

Essenziale e doloroso: Valeria Golino esordisce al lungo con ottimo stile, pochi fronzoli e qualche schematismo. Al Certain Regard di Cannes

30 Aprile 2013
3/5
Miele
Jasmine Trinca è Miele

Miele, all’anagrafe Irene (Jasmine Trinca), è una ragazza di trent’anni, taciturna e apparentemente chiusa al mondo esterno. Per vivere, aiuta le persone che soffrono: malati terminali che vogliono abbreviare l’agonia, persone le cui sofferenze intaccano la dignità di essere umano. E’ un “angelo della morte”, che lontano dai suoi “assistiti” nuota in mare aperto e corre in bicicletta quasi a voler aggredire la vita, così come porta avanti una relazione senza futuro con Stefano (Vinicio Marchioni), uomo sposato al quale dà poco oltre il suo corpo e dal quale non chiede altro in cambio. Tutto cambierà, progressivamente, quando a richiedere il suo servizio è l’ingegner Grimaldi (Carlo Cecchi), settantenne in buona salute deciso a farla finita semplicemente perché stanco di vivere. L’incontro con quell’uomo metterà in discussione le ferme convinzioni di Irene.
Dopo il corto Armandino e il MADRE, Valeria Golino esordisce alla regia di un lungometraggio e lo fa con un film coraggioso (liberamente ispirato al romanzo di Mauro Covacich, A nome tuo, Einaudi), affrontando un argomento delicato e controverso come quello del fine vita: Miele è essenziale, privo di qualsiasi orpello o eccesso stilistico, eppure molto riconoscibile proprio per l’indiscutibile coerenza estetica e di linguaggio che accompagna il film dalla prima all’ultima inquadratura. In un certo senso, e qui il rischio è quello di sfiorare lo schematismo, la stessa coerenza incide sullo sviluppo del racconto, che dallo scontro/incontro tra Irene e Grimaldi si fa per forza di cose prevedibile. Ma è un limite calcolato, come la musica diegetica (da Bach ai Talking Heads, da Thom Yorke a Christian Rainer) utilizzata a mo’ di rifugio dalla protagonista quasi a voler allontanare i rumori superflui, l’inutile noise di una vita che, come detto, per lei sembra essere tale solamente al di sotto della “superficie”, tra le onde di un mare invernale in cui nascondersi da tutto, prima di ogni cosa dalla morte. Che la regista non filma mai, insistendo però sull’anticamera del trapasso, sul peso di una decisione che tanto i malati quanto i loro cari non possono accettare con leggerezza: “Nessuno vuole veramente morire, ma quella non è più vita”, dice Irene nel suo momento di maggior fragilità emotiva. Il “momento” che precede la liberazione: la ragazza, immaginiamo, potrà tornare a “spostarsi” anche rimanendo ferma, al contrario di quanto fatto finora, immobile seppur in continuo movimento, dai viaggi clandestini in Messico per procurarsi i letali barbiturici di uso veterinario agli appuntamenti sparsi in tutta Italia con i vari “clienti”. Irene sceglie la vita, Valeria Golino – ancora una volta – il cinema di qualità.
In cartellone a Cannes66 nella sezione Un Certain Regard.

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