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Chi si aspettava un film che scandagliasse a fondo la figura di Michael Jackson, la più grande pop star della storia e uomo controverso, rimarrà deluso.
Michael, il biopic di Antoine Fuqua, prodotto da Graham King (artefice del successo di Bohemian Rhapsody, altro film su cui ci sarebbe molto da dire…) e realizzato con il benestare (anche finanziario) del clan Jackson (a parte la sorella Janet, che nel film non compare mai) è un’operazione che manderà in orbita tutta la fanbase mondiale del Re del Pop, ma che ben si guarda da accennare tutto quello che è successo dagli anni ’90 in poi, sia per quello che riguarda le scelte di vita sempre più bizzarre del cantante-ballerino più famoso del mondo, ma soprattutto relativamente alle accuse di pedofilia che ha dovuto iniziare ad affrontare dal 1993 in poi.
“La sua storia continua”, ci ricorda un cartello in chiusura di film, quando Michael è colto all’apice della sua affermazione planetaria, nel pieno del "Bad Tour” del 1988, a Londra. Ora sarà curioso capire se e quando questo “proseguimento” della storia arriverà sul grande schermo. Ma dubitiamo accadrà.
Nel frattempo concentriamoci su questa “prima” parte, quella che coglie l’origine del talento in quel salotto a Gary, in Indiana, nel 1966, quando ancora piccolissimo Michael (Juliano Krue Valdi) si allenava ad esibirsi con i fratelli sotto l’occhio vigile, rigido e severo del padre Joe (Colman Domingo, bravo ma sotterrato da chili di mascherone): stanno nascendo i Jackson 5, fenomeno musicale in voga per almeno un ventennio (il Victory Tour del 1984 sancirà l’ultima partecipazione di Michael).


Il passaggio alla Motown, celebre etichetta artefice della diffusione e successiva esplosione della musica black, coincide anche con lo sbocciare “solista” del genio di Michael, che conquisterà il mondo con Off the Wall (1979), ma soprattutto con Thriller (1982) e, successivamente, con Bad (1987).
Il film diretto da Antoine Fuqua è filologicamente impeccabile per quello che riguarda la ricostruzione “spettacolare” di coreografie e quant’altro (impressionante ad esempio la fedeltà con cui “rivive” l’esibizione dell’83 al Motown 25 con Billie Jean e il primo moonwalk in assoluto, ma non c’è traccia ad esempio della storica realizzazione di We Are the World, eh già, i diritti...), con timidi accenni ai processi creativi, esaltato da un lavoro incredibile portato dal suo protagonista, Jaafar Jackson, nipote di Michael (ma anche il piccolo Juliano Krue Valdi è notevole) che riesce a restituirne sullo schermo un’adesione mimetica soprattutto per quello che riguarda le esibizioni canore e danzanti.
Da questo punto di vista la visione si trasforma in esperienza quasi sensoriale (il consiglio è di cercare sale che lo proiettino quantomeno in Dolby Atmos), mentre per quello che riguarda il “cuore” dell’operazione è difficile smarcarsi dalla matrice agiografica, pericolo dal quale è quasi sempre impossibile fuggire per progetti di questo tipo. A maggior ragione se non si vogliono avere “noie” relativamente ai diritti d’utilizzo delle numerose hit presenti, in parte raccolte nella soundtrack Michael: Songs From The Motion Picture in uscita il 24 aprile.
In un certo senso, Michael è un biopic che fonde il juke box movie con il romanzo di formazione: dalle cinghiate paterne subite in infanzia alla possibilità di potersi finalmente affrancare da quella figura soffocante grazie ad un lento e doloroso processo di autodeterminazione che passerà dall’affermazione artistica planetaria.
Soprattutto, il film ci ricorda quanto la più grande pop star del mondo abbia dovuto affrontare la vita all’interno di una gabbia (dorata quanto si vuole) sin dalla tenera età.
Sognando una via di fuga (Neverland, che nel film compare solo sulle pagine di Peter Pan, suo “eroe” di riferimento) e inseguendo l’utopia di un mondo fiabesco (i tanti animali che iniziano a riempire la villa di famiglia sulle colline di Los Angeles): la volontà “nobile” del film è quella di mostrarci il difficile cammino di un enfant prodige poi stella universale, rimasto “bambino” ma costretto a diventare uomo di fronte al mondo.
La celebrazione del mito è fatta salva, il tentativo di far luce sulle ombre che hanno poi abitato quell’uomo nella seconda parte dell’esistenza (con quelle fragilità diventate poi patologie), fino alla misteriosa morte arrivata nel 2009 a soli 50 anni, è rimandato – se mai ci sarà – ad altra occasione.
