Nell’affollata umanità che attraversa Mariage au goût d’orange c’è un adolescente, che non parla quasi mai ma di cui, a un certo punto, parlano alcuni adulti. È un personaggio che è qualcosa in più di un figurante e qualcosa in meno di un comprimario, sta quasi sempre ai margini del quadro, seduto o impalato, spesso insieme ai cugini più piccoli. Osserva tutto, con uno sguardo un po’ malinconico e un po’ sorridente, senza magari capire fino in fondo ciò che accade attorno, eppure portando in dote una sorta di consapevolezza misteriosa, quasi fosse un tramite tra noi e la storia. Quel personaggio si chiama Christophe ed è difficile non vederci il regista Honoré.

D’altronde sin dal titolo c’è il ricordo dell’infanzia dell’autore o perlomeno della sua generazione: Mariage au goût d’orange sta per “matrimonio al gusto d’arancia” e si riferisce al sapore del Tang, la bibita in polvere che spopolò in Francia negli anni Settanta. Ed è l’unico elemento davvero nostalgico di un film che quando mette in campo riferimenti storiografici non lo fa per ammiccare al pubblico o colorare l’atmosfera. Si sfiora il tema dei contraccolpi della presenza militare nella colonizzata Algeria, certo, ma è più determinante osservare che il matrimonio evocato dal titolo si svolge l’11 marzo 1978.

Mariage au goût d’orange © Léolo Victor Pujebet
Mariage au goût d’orange © Léolo Victor Pujebet

Mariage au goût d’orange © Léolo Victor Pujebet

È il giorno in cui morì Claude François cioè Cloclo, teen idol fulminato mentre cambiava una lampadina dopo aver fatto la doccia. È facile pensare che quel lutto collettivo rappresenti per Honoré una specie di “fine dell’innocenza”, determinando un presagio di morte che aleggia costantemente in tutto il film. Che arriva da un’opera teatrale dello stesso autore, Le Ciel de Nantes, inizialmente pensata per il grande schermo e poi venuta alla luce sul palcoscenico. Scelta strana per un uomo di cinema come Honoré, che forse aveva bisogno di (altro) tempo per esorcizzare fino in fondo una storia personale ma che, per quella paura che si confonde con il desiderio, non era mai riuscito a raccontare. “Non abbiamo che la nostra storia, eppure non ci appartiene” sostiene José Ortega y Gasset nella frase citata in apertura, già usata da Annie Ernaux per Gli anni.

Ormai maturo e consapevole, vent’anni dopo aver fatto dire a un suo personaggio una frase che è un manifesto (“prenditi la briga di ignorare la tristezza dei tuoi cari”, in Dans Paris), Honoré – uno che fa solo “film della vita” – ribalta quel concetto e trova un approdo con Mariage au goût d’orange, adattamento non pedissequo del testo teatrale, cronaca di un matrimonio alla Altman che diventa anche cerimonia degli addii, il romanzo autobiografico di una famiglia che passa attraverso la voce di un superstite.

Mariage au goût d’orange © Léolo Victor Pujebet
Mariage au goût d’orange © Léolo Victor Pujebet

Mariage au goût d’orange © Léolo Victor Pujebet

Le nozze sono quelle di Jacques (Paul Kircher, battezzato da Honoré nello splendido Winter Boy), ultimogenito dei sette figli (“sei in sette anni”) di una matriarca che è riuscita a emanciparsi dal marito violento. Attorno a lui, i fratelli e le sorelle con rispettive famiglie e problematiche: tra loro, Claudie (Adèle Exarchopoulos), madre separata, è appena uscita da una clinica psichiatrica; Dominique (Vincent Lacoste, quarta volta con Honoré, la prima nel sublime Plaire, aimer et courir vite) ha perso il lavoro ma non vuole che si sappia; Roger (Alban Lenoir) fa i conti con la figlia incinta e il figlio tossico; Marie-Do (Nadia Tereszkiewicz) ha fatto il salto e vive da benestante; Annie (Myriem Akheddiou) sta lasciando il marito italiano perché vuole tornare a casa.

Con un’intelligenza che ha a che fare con il rifiuto del protagonismo e il desiderio di dare voce a un personaggio collettivo come avrebbe fatto Claude Sautet, Honoré sta dentro la storia senza mettersi al centro imponendo al racconto la misura della sua percezione, cosciente di muoversi nella contraddizione evocata dall’esergo eppure forte di quella maturità che gli permette di capire le cose che accadono prima che si verifichino davvero. Cattura il qui e ora del matrimonio, ne inquadra i riti e i retroscena, eleva la cronaca a memoria. E aderisce a corpi che sono già fantasmi, fatti della materia di cui sono fatte le foto scattate con una macchinetta analogica, e si mette accanto a chi è destinato al dolore non per cambiare il corso degli eventi ma per dare il calore che serve quando ci si sente soli insieme a un dolore. Altro che ignorare la tristezza dei propri cari.

Mariage au goût d’orange © Léolo Victor Pujebet
Mariage au goût d’orange © Léolo Victor Pujebet

Mariage au goût d’orange © Léolo Victor Pujebet

Il grande tema tocca il trauma, la sua origine e le sue conseguenze, e la scena più drammatica del film non può che legarsi a quelle dove i maschi esercitano una violenza della quale si vergognano ma da cui non riescono a emanciparsi. Come un anatema che non lascia scampo, la colpa del padre ricade sulle esistenze dei figli, segnati nel fisico, nella psiche, nei comportamenti.

Eppure una cura c’è: l’amore. Nessuno si salva da solo, anche se c’è sempre un prezzo da pagare al destino, alla sfortuna, al caso che è l’anagramma di caos (tutto il matrimonio è un meraviglioso caos). In questo film sopraffatto dai sentimenti, pieno di vita e di morte, i tre flashforward sono scorci sul futuro (ma per noi sono già altri frammenti di passato) che spezzano il cuore, parentesi in quel pezzo di memoria che Honoré ricostruisce come se fosse l’ultimo momento di felicità. Al bancone del bar, a bere, abbracciarsi, coccolarsi mentre tutti ballano. Magnifico e struggente. Già a Cannes Première, Best of alla Festa di Roma.