Manuale d’amore 3

Poche risate e qualche sbadiglio: funzionano Verdone e la Finocchiaro, ma il resto (De Niro compreso) non conquista

24 Febbraio 2011
2/5
Manuale d’amore 3
Carlo Verdone e Donatella Finocchiaro in Manuale d'amore 3

“Giovinezza”, “Maturità”, “Oltre”: perde un episodio il terzo capitolo di Manuale d’amore (erano quattro nei due precedenti) ma non guadagna in scorrevolezza. I 125′ complessivi si fanno sentire, anche più delle frecce scoccate dal tassista Cupido (Emanuele Propizio) che, proprio come il Bisio dj della volta scorsa, fa da “collante” ad ogni storia. Ciascuna caratterizzata da “tre differenti età dell’amore”: Riccardo Scamarcio, ambizioso avvocato in trasferta, tradisce la futura moglie Valeria Solarino con una “misteriosa” Laura Chiatti; Carlo Verdone, noto mezzobusto di un tg nazionale e marito fedele, incappa nel perverso meccanismo ordito dalla bipolare e maniacale Donatella Finocchiaro; Robert De Niro (sì, lui…), anziano professore americano di storia dell’arte ormai trapiantato a Roma, convive da sette anni con un cuore nuovo che inizierà davvero a battere dopo il fulminante incontro con Monica Bellucci, figlia del Michele Placido portinaio del suo stabile.
Cast all star, partecipazioni di lusso (il vignettista Vauro nel primo episodio, Lella Costa nel secondo), poche risate (tutte concentrate nel duetto “sadomaso” Verdone-Finocchiaro) e tanta noia: il terzo Manuale di Veronesi (degli annunciati cinque…) prosegue stancamente in una formula che ormai lascia ben poco margine tanto al divertimento quanto alle sorprese. D’accordo, l’impianto comico viene volutamente ridotto per tentare un’approccio di riflessione sui tempi dell’amore, ma sia in “Giovinezza” che in “Oltre” la costruzione della vicenda e l’amalgama delle interpretazioni non funzionano, eccezion fatta per Michele Placido che, proprio come in Oggi sposi, dà il meglio di sé praticamente interpretando se stesso, mentre De Niro, pur apprezzabile nello sforzo di recitare in italiano, si riduce immancabilmente in macchietta. Sarà un caso, allora, ma a convincere poco di più è proprio l’episodio “Maturità”, orientato verso la farsa e sorretto dalla discreta alchimia tra Verdone e la Finocchiaro: far ridere non è peccato, e se Veronesi tornerà ad allentare le cinghie di una drammaturgia che forse gli appartiene poco (cancellando anche le stucchevoli considerazioni à la bacio perugina del narratore cupido) riprenderà le fila di un manuale che si potrà sfogliare anche con piacere.

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