Le strade del male

Allegoria gotica sulla violenza, nel cuore nero del dopoguerra americano. Adattamento di un best seller, fiacco e scombiccherato: per fortuna c'è quel fuoriclasse di Robert Pattinson. Su Netflix

17 Settembre 2020
2/5
Le strade del male
The Devil All The Time: Robert Pattinson as Preston Teagardin. Photo Cr. Glen Wilson/Netflix © 2020

Prova del fuoco per Antonio Campos, che dall’indie approda al grosso budget (e grosso cast) di Le strade del male, traduzione un po’ amorfa dell’originale e ben più esplicativo The Devil All the Time.

Adattamento del best seller di Donald Ray Pollock (la cui voce accompagna l’intera narrazione, a rafforzare l’intenzione epica che si emana dal testo all’origine), è una corale nel cuore nero del profondo Midwest che si riallaccia alla tradizione gotica americana incrociando un vasto apparato di riferimenti all’Antico Testamento.

Sullo sfondo di una nazione a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta – con lungo incipit nel 1945, all’indomani della guerra – eppure ferma in un tempo sospeso, il portato allegorico si staglia con evidenza didascalica, sottolineato anche dalla folla di personaggi perlopiù monodimensionali (con poche eccezioni). Nel titolo c’è la chiave: le strade del male sono quelle dell’inferno, l’inferno siamo noi, l’inferno è l’America.

The Devil All The Time: Tom Holland as Arvin Russell. Photo Cr. Glen Wilson/Netflix © 2020

La violenza non è solo l’orizzonte che accomuna ogni personaggio ma anche merce di scambio per sopperire a una latente dialettica, disvalore da lasciare in eredità attraverso azioni che non lasciano scampo, bene rifugio di una società di deviati senza etica. Perno del racconto, un giovane che potrebbe essere un “rebel without a cause” tipico dell’epoca, ma è soprattutto un corpo che ha attratto a sé tutto il male circostante, collante di una schiera di personaggi fuori di testa.

Tra assassini seriali che fotografano e uccidono modelle e modelli e donne vittime di predatori corrotti e degradati, nessuno – o quasi – si salva dalla carneficina. Ma non è questo il punto: nessuno – o quasi – si salva dal baratro di un’operazione che è in tutto e per tutto un “flirting with disaster”, dominato da una sceneggiatura scombiccherata un po’ troppo “ostaggio” della voce narrante dello scrittore e da una regia che non trova mai la voce adatta a restituire né l’epos né la suspense.

Al fiacco mosaico mancano fluidità e compattezza e i frammenti si affastellano per poco nella memoria, eccezion fatta per Tom Holland e Robert Pattinson. Se il primo regge la prova da protagonista con energia e scaltrezza, il secondo, nel ruolo di un bieco e squallido predicatore che pare arrivato direttamente dall’oltretomba, si conferma interprete magnetico e spiazzante.

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