Il vento fa il suo giro

Finalmente in sala il primo film in Occitano: antropologia e poesia per l'esordio pluripremiato di Diritti

1 Giugno 2007
Il vento fa il suo giro
Il vento fa il suo giro

Ambientato in Alta Val Maira, Alpi Piemontesi, Il vento fa il suo giro si interroga sulle sorti contemporanee della cultura occitana: “A un certo punto l’hanno quasi ammazzata. Sai perché? Perché era gente tollerante”. Una tesi che, in realtà, il film, primo lungometraggio in lingua occitana girato nel nostro Paese – finirà per contraddire, consegnando la sopravvivenza della tradizione e della vita montana ai giovani. Popolato quasi interamente da ottuagenari, il paese vive solo d’estate, all’arrivo dei proprietari delle seconde case. Una situazione che pare cambiare quando a Chersogno giunge Philippe Heraud (Thierry Toscan), un pastore francese che vorrebbe trasferirsi lì dai Pirenei. Dopo l’iniziale diffidenza dei locali, Philippe, la moglie e i tre figli sono accolti con una fiaccolata di benvenuto dal sindaco Costanzo (Dario Anghilante) e dagli altri abitanti del paese: tutti si adoperano per sistemare la casa che li accoglierà e per dare in concessione i pascoli. Philippe stringe amicizia con Fausto (Giovanni Foresti), ma con il passare del tempo la situazione precipita: le capre e la produzione di formaggi sono invise ai locali, il modo di vivere degli Heraud è oggetto di critiche feroci. La convivenza diventa impossibile. Girato dall’esordiente Giorgio Diritti (bolognese, legato a Ipotesi Cinema di Olmi, già aiuto di Avati e poi impegnato in tv), l’auto-prodotto, finanziato e distribuito Il vento fa il suo giro arriva in sala dopo due anni, colpevolmente trascurato – se non avversato – dalle case nostrane, nonostante le decine di premi rastrellati in tutto il mondo. Mosso e percorso da uno sguardo antropologico, Il vento scuote via dalle immagini la consueta retorica che canta la vita contadina, non temendo di rilevare – e stigmatizzare – le bassezze, gli intrighi e la volontà di (auto-)esclusione dei valligiani. Misurata e profonda, poetica e minuziosamente descritta, è un’opera anomala nel panorama cinematografico italiano: per ottica etnografica e analisi psico-sociale, una deliziosa, sorprendente alternativa. Così locale da divenire – ragione e sentimento – paradigmatica: cinema glocal, come l’Italia non riesce (quasi) più a fare. Da non perdere.

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