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Il cileno
Il titolo è esplicativo: indica il protagonista ma soprattutto la sua provenienza ovvero l’identità. Sottolineando la nazionalità, si definisce il suo rapporto con il contesto: uno straniero lontano dalla patria, un elemento divergente rispetto alla norma, un esule che rivendica il legame con la terra. Il Cileno, appunto, con la maiuscola a definire una figura quasi archetipica, il rappresentante di un racconto collettivo e il testimone di un sentimento del tempo. Il Cileno è Aldo Marín Piñones (interpretato da Camilo Arancibia), un giovane socialista esperto in esplosivi che scappa, all’apice delle proteste dei minatori contro Pinochet, è costretto a lasciare moglie e figlio neonato e si rifugia in Italia, a Torino. Che tanto meglio non sta: è il 1976, la città è lacerata dalla strategia della tensione e Aldo ci mette poco a entrare in contatto con un gruppo anarco che, in cambio di un possibile ricongiungimento con la sua famiglia, lo arruola per il suo talento sovversivo.
Nell’Italia di piombo, il bombarolo cileno è un corpo estraneo, un esule che non può combattere una battaglia che non gli appartiene ma deve mettersi al servizio di una causa per ricucire lo squarcio tra sé e la sua vita (suggellata dalla venuta al mondo di un bambino che non può crescere). Schiacciato tra “intellettuali d’oggi” e “idioti di domani”, i “profeti molto acrobati della rivoluzione” e il “potere troppe volte delegato ad altre mani”, il protagonista è delegato a portare disordine ma cerca la pace, coltiva la rabbia di non potersi opporre al proprio destino, osserva ciò che accade senza prendere una posizione morale ma solo fattuale (il suo compito è fabbricare bombe, senza preoccuparsi del loro effetto).


Quello di Sergio Castro-San Martín – anche sceneggiatore con Simona Nobile – è un film che aderisce completamente all’anima ferita a morte del suo protagonista, laconico perché spaesato come tutti coloro che si ritrovano lontano da casa e in una situazione che non comprendono fino in fondo. E Castro-San Martín trova una referenza registica nel suo stare sempre sul precipizio del dolore, montando la tensione all’interno di un’atmosfera rarefatta come se tutto fosse sul punto di esplodere da un momento all’altro. Con la cupa fotografia di Simon Guy Fässler che sembra sempre offuscata dalla coltre di una guerriglia permanente ed evoca la dimensione spettrale di un film abitato da morituri.
In certe occasioni, con i suoi silenzi eloquenti che sono quasi una resa alle immagini (il finale è praticamente muto tra scene lacustre e camminate “nel tempo”), Il Cileno può perfino apparire un esempio di crime urbano contemplativo ma è soprattutto il ritratto di un giovane uomo in fiamme che finisce per subire più che attraversare una fase cruciale del Novecento. In questo senso è decisiva la presenza del personaggio interpretato da Sara Serraiocco, che non è solo l’unica figura femminile importante (una dottoressa anarchica e borghese che aiuta tanto il Cileno quanto le donne che vogliono abortire clandestinamente) ma anche colei incaricata di mettere ordine per salvare il fantasma delle due nazioni. Prodotto da Alessandro Amato, Luigi Chimienti, Pablo Calisto, Tomás Alzamora e Michela Pinitra tra Italia, Cile e Svizzera, presentato al 79° Locarno Film Festival nella sezione Piazza Grande.



