Il cavaliere oscuro

Complementarità di Bene e Male e ambivalenza della sorte: il Bat-capolavoro di Nolan, con Heath Ledger mostruoso Joker

21 Luglio 2008
5/5
Il cavaliere oscuro
Il cavaliere oscuro

È nuovamente tempo di eroi a Gotham City. La criminalità non è mai stata così organizzata, e dalle viscere di un Male apparentemente illogico, si erge la figura, la maschera del Joker (Heath Ledger). Non i soldi, non solo, non il potere, ma una beffarda quanto vendicativa bramosia distruttiva nei confronti del mondo – che lo considera nulla più di un freak – ne animano le gesta: nemico di tutto e tutti (la sua ascesa non prevede prigionieri), ferocemente esaltato all’idea del continuo confronto con il paladino del Bene, Batman (il plurimiliardario Bruce Wayne, ancora interpretato da Christian Bale, che deve far fronte anche ad improvvisati e maldestri emulatori, tra cui – visibile per un attimo – Scarecrow/Cillian Murphy), alleato con il tenente Gordon (Gary Oldman) e il procuratore distrettuale Harvey Dent (Aaron Eckhart) – con il quale divide l’amore per Rachel Dawes (Maggie Gyllenhaal) – per provare a debellare l’insostenibile crescita della delinquenza.
Dopo aver riavvicinato gran parte dei cine-affezionati alle gesta dell’uomo pipistrello con Batman Begins, Christopher Nolan mette a segno una delle più imponenti trasposizioni da fumetto che il grande schermo ricordi, inquadrando i grattacieli e le strade della fantomatica Gotham come solo Michael Mann avrebbe potuto, facendo danzare la macchina da presa (magnifico l’utilizzo delle luci di Wally Pfister, fedele direttore della fotografia dai tempi di Memento) intorno ai protagonisti, stringendoli quasi in un inestricabile vortice al progressivo crescendo della tensione. Che rimane altissima per tutti i 150′ del racconto, caratterizzato costantemente – come previsto – dalla presenza/assenza del Joker, quintessenza di una malvagità difficilmente arginabile proprio perché regolata da una follia tremendamente lucida, incarnata e resa dalla postura, il ghigno, le parole sbiascicate di un Heath Ledger che meriterebbe davvero l’Oscar postumo già invocato da alcuni critici d’oltreoceano.
Ed è proprio nella gestione di una così ingombrante maschera (inutile far paragoni con la passata performance di Jack Nicholson, proprio perché incanalata verso altre direzioni) – lasciandole margine di “movimento” ma al tempo stesso impedendole di cannibalizzare l’intero film – il merito più grande di Nolan, che non dimentica il suo cavaliere oscuro (importantissima, in tal senso, l’ombrosa e dissolvente digressione conclusiva), donando profondità e spessore anche a tutti i personaggi secondari (poco importa che il motivo della trasformazione di Harvey Dent in Two Face non combaci con quanto raccontato dal fumetto, quello che conta è il saper metaforizzare, anche solo con una monetina, l’ambivalenza della sorte), mantenendo elevatissima la qualità tecnica della messa in scena: difficile elencare tutte le sequenze memorabili, alcune realizzate appositamente per IMAX, dalla rapina prologo in banca all’inseguimento notturno con il camion che si ribalta, dall’esplosione dell’ospedale all’ipertecnologica visuale utilizzata per il combattimento sul grattacielo, senza contare il montaggio alternato di Lee Smith, superbo quanto il lavoro fatto per il suono. Assordante nel rimbombare di echi silenziosi, così come la dedica sui titoli di coda: “In memoria dei nostri amici Heath Ledger e Conway Wickliffe”.

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