Questa recensione è stata pubblicata sulla Rivista del Cinematografo di marzo 1993. Per scoprire l’archivio, clicca qui per abbonarti.


Francis Ford Coppola ha voluto programmaticamente intitolarlo Dracula di Bram Stoker per farci subito intendere che era risalito estremamente alla fonte di tutte le storie di vampiri, anche per trarne il succo originale. Quale, soprattutto l'orrore, naturalmente, ma anche l'amore, perché Coppola, seguendo passo passo il testo letterario, comincia a presentare Dracula quando, nel lontano Quattrocento, è un baldo principe guerriero sceso in campo per difendere da un'invasione dei Turchi la sua cristianissima Transilvania: li annienta ma loro, per vendetta, fanno credere alla sua adorata moglie Elisabetta che è morto, inducendola, con quella falsa notizia, al suicidio.

Da qui il mutamento radicale del principe. In odio a Dio che, pur essendo lui sceso in campo in sua difesa, gli aveva lasciato morire la moglie per un inganno, diventa un demonio, arroccandosi nel suo castello dove si trasformerà in un «non morto», un nosferatu, cibandosi, come tutti i vampiri, di sangue umano. Ma ecco che a Londra, alla fine dell'Ottocento, si riaffaccia Elisabetta nelle vesti di Mina, una delicata fanciulla vittoriana. Ha un fidanzato, Jonathan, che Dracula attira subito nel suo castello con il pretesto di fargli trattare per lui l'acquisto di alcune case a Londra, poi, dopo averlo imprigionato, parte per l'Inghilterra alla ricerca della sua Elisabetta rediviva o reincarnata.

Keanu Reeves e Gary Oldman in Dracula di Bram Stoker
Keanu Reeves e Gary Oldman in Dracula di Bram Stoker

Keanu Reeves e Gary Oldman in Dracula di Bram Stoker

Fra i due, naturalmente, è quasi un amore a prima vista anche se Dracula, per cancellare i segni della sua età vetusta, è costretto a cibarsi di continuo del sangue di una giovanissima amica di Mina-Elisabetta. Quindi il dramma, la scoperta della vera identità di quel patrizio in abiti ottocenteschi, il suo disfacimento fino alla mostruosità più totale, con l'amore però, egualmente totale della donna che non vorrà né saprà più distaccarsene. Fino a una catarsi conclusiva che a Dracula, sublimato dall'amore ricambiato, darà finalmente una morte pacificatrice.

Horror e sentimenti, perciò. Indiscutibilmente in una cifra più elaborata di quella cui, salvo il Nosferatu di Herzog, si erano affidati quasi tutti i film precedenti. Coppola, però, pur dando spazio all'amore, anche con forti impulsi erotici (altra novità di questa sua rilettura), tornando al suo gusto per il visionario, ha privilegiato molto, se non principalmente, tutti quei temi che, attorno al vampirismo, gli consentivano di lavorare sulle immagini, sulle scenografie, sui costumi: ora con toni plumbei e funerei, soprattutto in Transilvania, spesso mescolando l'allucinazione all'eleganza formale (nella parte ambientata a Londra), sempre con dei modi di rappresentazione che, anche quando intenzionalmente si rifanno ai più classici film di vampiri, svelano sempre dei toni personalissimi all'insegna perfino del barbarico, con impeti violenti.

Cannes 77 - Red Carpet Megalopolis
Cannes 77 - Red Carpet Megalopolis
Francis Ford Coppola (Karen Di Paola)

Si può ammirare, anche se l'orrorifico è spesso molto accentuato, addirittura con citazioni della Mosca e del primo Alien, e se la costruzione narrativa, pur derivata da un testo abilmente congegnato, ora tende all'oscurità, altre volte all'eccesso, con personaggi dati più dall'esterno che non analizzati secondo le loro possibili ragioni psicologiche. Il grande spettacolo, comunque, non ne è troppo indebolito: le sue corrusche proposte visive, le sue fantasmagorie, i suoi colori hanno la meglio, quasi su tutto: specie se si prediligono il fantastico e l'horror.

Dracula è Gary Oldman, visto di recente in JFK di Stone nelle vesti di Lee Oswald. Come gentiluomo elegante è un po' scialbo, come Dracula è sepolto sotto un trucco pesantissimo che, pur d'effetto, non gli si può certo imputare a merito; Elisabetta-Mina è Winona Ryder, meno angelica e disperata, però, di Isabelle Adjani nel film di Herzog. C'è anche, come medico illuminato ed intuitivo, Anthony Hopkins, allucinato ed ambiguo come il romanzo di Stoker lo voleva.