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© 2026 Paramount Pictures.
Per capire le intenzioni, il suo cuore e dove si colloca, dentro quel ricco filone di film sull’amicizia indissolubile tra uomini e cani, Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio di David Ayer, bisogna ascoltare, anche mentre si legge questa recensione, la versione di Stand by me di Ben E. King intonata dalla chitarra arrabbiata e la voce malinconica di Stephen Wilson Jr. Il brano, contenuto nella colonna sonora del film, quando “finalmente” arriva, chiarisce allo spettatore, definitivamente, cosa ha visto: la storia d’amore, il bromance, tra due anime affini. Che poi siano questi un essere umano e un essere canino, poco importa, il loro rapporto è nato e si è costruito in guerra, ed ora il film li ritrae nel momento in cui sono entrambi in cerca di quiete dopo le tempeste.
Il protagonista di Heart of the Beast è Brad Pitt, qui James, ex militare, al suo primo viaggio dopo il congedo, in aereo da lui pilotato, con il suo compagno di avventure e di sventure in combattimento, Odin, un simil pastore tedesco, che ne ha passate tante, forse anche più del suo padrone, vedi una zampa prostetica e una dentatura in titanio, a sostituire quella originale.
“E cosa hai fatto a quello che gli ha spaccato i denti con un mattone al tuo cane?” chiede a James l’unico essere umano incontrato lungo il viaggio nei boschi incontaminati, interpretato a puntino dal premio Oscar J.K Simmons. “Gli ho sparato in testa” risponde secco l’ex berretto verde. La presenza di Simmons è l’espediente narrativo che Ayer utilizza nella prima parte per permetterci la conoscenza di James e Odin, e infiltrarci nel loro passato. Fatta eccezione per la breve apparizione di Simmons, il film è silenzi, pochi dialoghi, azione e flashback dalle “guerre” che tormentano entrambi.


I due sono infatti legati dalla stessa voglia di libertà e pace, forse dettata dallo stress post-traumatico che condividono e, anche se quello del cane è un po’ troppo umanizzato, con incubi che lo portano a svegliarsi ed abbaiare nel cuore della notte, la credibilità del film non è mai veramente in discussione.
È dopo l’incontro con l’ex cercatore d’oro di Simmons che il film entra nel vivo, poiché a causa di un attacco cardiaco, James perde il controllo del suo aereo che precipita. Da lì, la loro ricerca di tranquillità si trasformerà in battaglia per la sopravvivenza, di nuovo.
Nei suoi film precedenti, David Ayer ha dato prova di conoscere bene la guerra (Fury con Brad Pitt) e la violenza, soprattutto quella urbana (End of Watch, The Beekeeper) e di saperla scrivere e mettere in scena con il giusto ritmo, la stessa profondità e spietata verità. Cambia registro, ma solo in apparenza, per Heart of the Beast acquisendo malinconia e un po’ di sdolcinata tenerezza di quella Stand by me di cui sopra, ma consegnando alla natura il ruolo primario di antagonista, come se l’universo si stesse accanendo contro i due malcapitati.


Questa meravigliosa villain, dalle fattezze della vastissima Nuova Zelanda scaglia contro James e Odin i suoi predatori più selvaggi, da un orso imponente (strizzando l’occhio a Revenant di Iñárritu) ai lupi con cui si consuma la lotta più efferata e dagli effetti digitali un po’ troppo visibili a sottrarre naturalezza. Il tutto è però funzionale allo scopo, rafforzare l’alleanza tra questi fratelli d’anima, perennemente in mutuo soccorso.
Un film sulle conseguenze della guerra su chi scende in campo? Sicuramente. Un tributo pro-militare, come è stato detto oltreoceano? Piuttosto il contrario. Bisogna, infine, preparare i fazzoletti? quando si fa riferimento a James come alla “persona” di Odin, forse sì, forse qualche lacrima ci starebbe tutta, sempre in bilico tra Zanna Gialla, Revenant e Marley & Me.



