L’idea è ambiziosa: il massacro del Circeo come punto di partenza per raccontare una battaglia civile, giudiziaria, sociale, culturale che dal particolare si proietta all’universale. Quella per cambiare un Paese in cui lo stupro è ancora – e siamo nel 1975 – un’offesa alla pubblica morale e non un crimine contro la persona. Non è una novità: Edoardo Albinati ci ha costruito uno dei romanzi più importanti e imponenti dei nostri anni, La scuola cattolica, ragionando però sulle premesse socioculturali del delitto.

Per i distratti: ci riferiamo a uno dei casi più sconvolgenti del dopoguerra, che coinvolse le giovanissime Donatella Colasanti e Rosaria Lopez. Attirate con l’inganno da Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira, tre rampolli della Roma bene, in una villa al mare di uno di loro, furono segregate e torturate fino a provocare la morte di Rosaria. Donatella si salvò, diventando per tutti la sopravvissuta del Circeo.

Le sei puntate di Circeo partono da qui, concentrandosi soprattutto su ciò che accadde dopo il misfatto, il processo contro i tre assassini ma anche le difficoltà di Colasanti nel ricollocarsi in un mondo dominato dalla prospettiva maschile e il suo avvicinamento ai gruppi femministi impegnati per tutelare i diritti delle donne in sede giudiziaria.

Sei puntate (disponibili su Paramount Plus, prossimamente su Rai 1) in cui la sua figura, capace di catalizzare una classe sociale tradita, un trauma da elaborare e il desiderio di libertà di una generazione (a interpretarla è Ambrosia Caldarelli), è accompagnata da due avvocate, una di finzione, l’idealista Teresa Capogrossi (Greta Scarano), e una reale, l’agguerrita Tina Lagostena Bassi, diventata nota per aver difeso la vittima di stupro nel primo Processo per stupro ad essere filmato e trasmesso in televisione (Pia Lanciotti, sempre più brava).

Circeo (Foto di Sara Petraglia)
Circeo (Foto di Sara Petraglia)
Circeo (Foto di Sara Petraglia)
Circeo (Foto di Sara Petraglia)

In Circeo, la restituzione della verità si trasfigura in una scrittura che tiene conto delle esigenze narrative della serialità popolare, sia sul piano dell’empatia (la storyline romantica di Teresa con il fotoreporter) che su quello pedagogico (passaggi necessariamente didascalici nella ricostruzione processuale). Un approccio, tra realtà e ripensamento, che vorrebbe accostarsi al lessico e ai moduli del miglior true crime internazionale, ma anche stavolta il tentativo di produrre una “Italian Crime Story” si scontra con le regole non scritte dello standard italiano. Quello che aveva già decretato l’irrisolutezza dell’adattamento cinematografico de La scuola cattolica.

Possibile che, a parte l’opera di un maestro conclamato come Marco Bellocchio, gli autori italiani non si riescano a penetrare, ripensare, rileggere la materia viva della cronaca italiana se non nell’ottica della resa didascalica, della timidezza formale, sulla comodità descrittivista?

Eppure ci sono momenti in cui il team di scrittura guidato da Flaminia Gressi e la regia di Andrea Molaioli trovano una chiave di accesso originale, come accade nell’episodio in cui Donatella è costretta a tornare sul luogo del delitto per un interrogatorio che finisce per essere anche una catabasi. O quando entrano in scena personaggi che in una solo sequenza cercano di emanciparsi dalla mera emulazione spingendo il pedale della stilizzazione, pensiamo all’enfatico prete partigiano (Andrea Pennacchi) o all’ultranovantenne avvocato De Marsico, ex ministro fascista chiamato a difendere gli stupratori di fede fascista (Mattia Sbragia).

Poi, per carità, è difficile non restare colpiti dalla storia in sé, specialmente se non la si conosce bene (e in fondo la committenza Rai ci indica l’esigenza didattica). Peccato che quelle buone idee siano spazi estemporanei in una serie che, tra un’inquadratura a tendina e l’altra (magari c’erano altri modi per evocare una patina rétro…), preferisce mettere in scena il testo anziché leggerlo alla luce di uno sguardo capace di offrire una visione meno scolastica e ancorata al cronachismo.