“Che spreco”, dice Margot Robbie verso il finale, una constatazione che – peraltro collocata in quel momento lì, dopo due ore di accumuli e disordini – sembra essere la parafrasi perfetta per Amsterdam, un piacevole e vacuo sperpero di idee, talenti e soldi (costato 80 milioni di dollari, quelli dichiarati perlomeno) in cui la somma finale vale meno degli addendi.

C’è una certa differenza tra un pastiche e un pasticcio e David O. Russell – la cui carriera è costellata di incidenti di percorso spesso dovuti a questioni caratteriali – lo sa bene. E con questo film, così ricco e roboante, sembra tornare a esperienze controverse come quelle di I Heart Huckabees (set infernale, flop commerciale) e Accidental Love (girato nel 2008, rimontato dai distributori, rilasciato nel 2014, rinnegato dall’autore).

Lungamente atteso, Amsterdam arriva a sette anni da Joy, che aveva un po’ interrotto la scia positiva iniziata con The Fighter e proseguita con Il lato positivo e American Hustle, ed è un pasticcio che rivela ancora una volta il lato più incontrollato e incontrollabile di un regista ondivago e incostante, che nonostante la nomea è ancora capace di attrarre un numero incredibile di star.

Scritta dallo stesso Russell, è una storia ingarbugliata e scombiccherata, una corale dominata da tre personaggi che si sono conosciuti al fronte bellico europeo nel 1918, fuggiti ad Amsterdam per reinventarsi una vita anticonvenzionale e ritrovatisi nella New York del 1930. Sono tre “spatriati”: un medico mal sposato con una rampolla dell’upper class che al ritorno in America si specializza in protesi per invalidi di guerra; un avvocato afroamericano che ha capitalizzato lo spirito civile nella professione legale; e una misteriosa infermiera, la cui parabola non sveliamo. Sono i protagonisti di un crime rocambolesco che tira dentro il ricollocamento dei reduci nella società, i conflitti di classe, le risonanze dei totalitarismi europei nei settori elitari americani.

Christian Bale, Margot Robbie e John David Washington bin AMSTERDAM. Photo by Merie Weismiller Wallace. © 2022 20th Century Studios.
Christian Bale, Margot Robbie e John David Washington bin AMSTERDAM. Photo by Merie Weismiller Wallace. © 2022 20th Century Studios.
Christian Bale, Margot Robbie e John David Washington bin AMSTERDAM. Photo by Merie Weismiller Wallace. © 2022 20th Century Studios.

Si parte da uno spunto reale (una cospirazione politica per rovesciare la democrazia e instaurare una dittatura connivente con il capitalismo: ci pensa l’epilogo a far dialogare finzione e memoria) ed è una materia piuttosto intrigante, specie se letta attraverso la lente dell’umorismo. E anche quelle fasi sopra le righe non sono abbastanza “eccentriche” tali da collocare il film in uno spazio adeguato al suo progetto: la satira sconfina nella farsa, i personaggi al limite del grottesco estetico cercano continuamente uno spessore che non sia quello del bozzetto stravagante, il romance tra Margot Robbie e John David Washington non regge quanto il bromance tra Washington e Christian Bale (il loro motto potrebbe essere “Avremo sempre Amsterdam”, un po’ alla Casablanca).

Il problema, tuttavia, non è solo nel tono con cui modulare una commedia così ambiziosa, ma anche nel non sapere pesare la Storia dentro la storia, nell’incertezza della prima parte (il lungo flashback risponde un montaggio scolastico), nel ricorso pigro al voice over di Bale (vuole dare informazioni per paura di far perdere il filo o vuole offrirci il punto di vista per completare il quadro? Davvero Russell ha così poca fiducia nelle sue immagini e nelle sue parole?), nei dialoghi scoppiettanti che nascondono passaggi meno smaglianti, nell’arrivare troppo tardi al nocciolo della faccenda (velleità politica, esito un po’ populista).

La suggestione che Amsterdam possa somigliare a una bizzarria di Peter Bogdanovich, nume tutelare di Russell, per raccontare la destrutturazione dei generi e la smitizzazione retorica della New Hollywood, rimane solo ipotetica di fronte alle carenze di un’operazione che non ha nemmeno il fascino del “flirting with disaster”.

E così si impongono l’ingombro di una regia che sembra più al servizio di se stessa che del testo, la mediocrità di uno sguardo capace di valorizzare una ricca confezione, i temi che sovrastano la macchina del giallo, la mancanza di compattezza nel gestire troppi galli nel pollaio: Rami Malek e Anya Taylor-Joy, Andrea Riseborough e Chris Rock, Mike Myers e Michael Shannon come agenti ossessionati dall’ornitologia, qualunque cosa voglia significare questo schizzo forse metaforico. L’unico che sembra capire l’andazzo è Robert De Niro, che infatti è il più misurato di tutti. E ne viene fuori un intrattenimento bulimico e non appagante, una bizzarria senza follia, un caos che non travolge.