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7 anniversari
Un foglietto firmato e controfirmato, con sopra il numero 7. È il patto che siglano Teo (Lorenzo Zurzolo) e Emma (Benedetta Porcaroli) quando capiscono di volersi mettere insieme.
Qualunque cosa accada, si dicono, al compimento del settimo anniversario si lasceranno. Il “tetto massimo”, specifica lei, giovane donna che ha paura dell’idea di un amore per sempre, delle promesse definitive e di una relazione che possa diventare una gabbia.
Sabrina Iannucci esordisce nel lungometraggio di finzione (all’attivo il corto Amarena e i due doc Non può essere sempre estate, realizzato insieme a Margherita Panizon, e il più recente Oltre il tempo, l’amore, sulla lavorazione del film di Liliana Cavani L’ordine del tempo) con 7 anniversari, film ospitato in Freestyle alla Festa del Cinema di Roma.
Ambientato a Cuneo (oltre al coinvolgimento della Film Commission Torino Piemonte narrativamente parlando non sapremo mai perché i due protagonisti e gli amici di lui, tutti romani, si ritrovino lì...) e con una coda a Lisbona, il film vorrebbe, dovrebbe essere una romantic comedy “dolceamara, buffa, lucida, che racconta bene la chimica dei sentimenti e la malinconia degli abbandoni”.


7 anniversari
Fatta salva la buona interpretazione della coppia, 7 anniversari – nato “da un’idea di Alessandra De Bari”, che firma anche la sceneggiatura insieme a Carlo Muscio e Dario Baldi – passa in rassegna l’evoluzione e gli inevitabili momenti di difficoltà di questa relazione nata già sotto il segno della scadenza. Altrettanto inevitabilmente, il film segue in maniera programmatica gli alti e i bassi di Emma (doppiatrice di una fortunata soap) e Teo, dapprima rider di un fast food poi al lavoro nello studio dove ritrova una vecchia fiamma.
L’idea, insomma, è quella di ragionare sulla possibilità di un capovolgimento rispetto alla consueta prospettiva totalizzante che, alla lunga, potrebbe rendere le relazioni disfunzionali: è un punto di partenza teoricamente suggestivo, che trova soprattutto nel personaggio di Emma la complessità del retaggio che ne determina le fragilità più profonde nel rapporto con una madre (Pia Lanciotti) “problematica”.
Oltre a questo, però, il film – abbastanza monocorde tanto nei momenti felici quanto in quelli più tensivi – fatica a trovare una propria dimensione (anche estetica), rimanendo sempre ancorato a dinamiche di causa-effetto che ne fiaccano sia l’incedere che la possibilità di emozionare mai realmente.



