Wong Kar-wai battezza la Berlinale

"E' il film che mi ha toccato più nel profondo”, dice il maestro hongkonghese di The Grandmasters. Che apre il Festival nel segno del Kung Fu, con Tony Leung e Zhang Ziyi
7 Febbraio 2013
Wong Kar-wai battezza la Berlinale

È il maestro hongkonghese Wong Kar-wai ad aprire la 63. edizione del Festival di Berlino con il nuovo capolavoro The Grandmasters. Presentato fuori concorso, il film racconta la lotta tra due maestri di Kung Fu nella Cina degli anni trenta. Un dramma sulle arti marziali. E molto di più. Kar-wai si è lasciato ispirare dalla biografia del leggendario lottatore e Maestro IP Man, il mentore di Bruce Lee. I protagonisti sono i professionisti più grandi che la Cina abbia oggi, Tony Leung e Zhang Ziyi. Ancora una volta in una storia di Wong Kar-wai passato e presente si fondono, tradizione e modernità si sovvertono a vicenda. Ancora una volta una storia magistrale di tradimenti, onore e amore. Wong Kar-wai, che della Giuria di questa Berlinale è Presidente, con Berlino ha un rapporto speciale. Il suo primo Days of Being Wild fu presentato nella sezione del Festival Forum, quella del cinema di ricerca e sperimentazione, nel 1991. Da allora sono passate otto pellicole tutte importanti, sempre girate in stato di grazia, e innumerevoli premi internazionali. Anche se, ricorda il regista, ”nessun mio film è mai stato in concorso al Festival di Berlino”. Per The Grandmasters si augura qualche proiezione notturna: “Vent’anni fa nei Festival importanti e coraggiosi come questo, era usuale mostrare film a mezzanotte. Era stupendo. Ho pregato il Direttore della Berlinale Dieter Kosslick di ripristinare quell’abitudine perduta anche perché il mio nuovo film è davvero perfetto per la notte”.
Energia da vendere e passioni sconvolgenti sono i temi del grande tableaux filmico di Wong Kar-wai. Eppure, The Grandmasters è anche un nuovo capitolo nella carriera del maestro. La pellicola è stata girata quasi esclusivamente a Hong Kong. Dalla megalopoli contemporanea Kar-wai ha filtrato la sua visione degli anni trenta e sessanta. Un’impresa titanica. Un risultato eccellente. Un viaggio personale nel tempo e nella sua biografia. “Ammetto che è la pellicola che mi ha toccato più nel profondo tra tutte quelle che ho fatto”, così il regista. Tempo di preparazione e montaggio: tre anni. Le lunghe riprese sono un po’ la caratteristica del lavoro di Kar-wai. Qui ha giocato un ruolo anche la vastità e imponenza dei set. È stato complicato girare nella Cina del Nord Est, a causa delle temperature rigidissime. Mentre la città di Foshan, al Sud, è stata praticamente ricostruita dal nulla.
Torna in grande forma anche Tony Leung, il volto del cinema cinese contemporaneo e un po’ l’opera d’arte di Kar-wai. Che conferma: “Siamo cresciuti insieme facendo questo lavoro. Devo molto a lui, e lui a me”. Arti marziali come esercizio dell’anima. Conoscenza dei limiti. Riconoscimento della forza interiore. Una volta imparato, il Kung Fu diventa arte di vivere. Ci si muove diversamente. Ci si comporta diversamente. Wong Kar-wai, invece, non sa fare neanche una mossa di Kung Fu. “Un po’ come Alfred Hitchcock col suo cinema: una dedica continua alle sue muse femminili, ma nella realtà di una timidezza patologica”.

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