Welcome to New York, l’orgia del potere

Abbiamo visto il film scandalo di Abel Ferrara sul caso DSK, e gli scandali sono diventati due: perché non è in cartellone a Cannes 64?
18 Maggio 2014
Welcome to New York, l’orgia del potere

Un uomo, di panza e sostanza, arriva in un lussuoso hotel newyorkese, ci prova con la hostess che l’accompagna in camera, ma la sua suite non è vuota: ad attenderlo, altri due uomini e tre donne, “visibilmente” – si può dire? – prostitute. La hostess se ne va, nonostante l’invito a unirsi del nostro, e la festa può iniziare: champagne a fiumi, chantilly, soprattutto, carne fresca. Un’orgia, che il nostro consuma con una voracità animalesca: un maiale, e l’orgasmo vien dopo sculacciate e grugniti bestiali. Finite – presumibilmente – le combinazioni, le tre donne e i due uomini lo lasciano solo, ma per poco. Suona il campanello, e arrivano tutte per lui altre due donne: cornice saffica, ma il ritornello non cambia.Dopo reciproca – parrebbe – soddisfazione, le due donne se ne vanno. Il campanello suona una terza volta: il nostro non risponde, è sotto la doccia, la donna entra, ma per sistemare la camera. STOPDi questo film abbiamo già sentito mooolto parlare, in Francia ancor di più, per cui sappiamo che cosa sta per accadere. STOP Nella nostra agenda rientra la cronaca: 14 maggio 2011, Dominique Strauss-Kahn, allora direttore del Fondo Monetario Internazionale, viene accusato di molestie sessuali ai danni di Nafissatou Diallo, housekeeper al Sofitel di Manhattan, e incarcerato. Avrebbe potuto divenire il presidente francese, i sondaggi lo davano papabilissimo, ma così non è stato: carriera politica ammazzata prima di iniziare, l’incarico all’FMI lasciato di lì a qualche giorno. La testimonianza della Diallo si rivelò inconsistente, le accuse penali caddero, il processo civile finì con un accordo pecuniario non meglio precisato, ma finì pure DSK. Con Welcome to New York, Abel Ferrara prende posizione: a suo dire, DSK ci ha provato davvero, e con le cattive, con la Diallo, cercando di estorcerle una fellatio. Se è oltremodo legittimo ritenere che il film parli di DSK, il personaggio ferino, porc(in)o, gigantesco  di Gerard Depardieu ha un altro nome: George Devereaux. E così la moglie, Simone (Jacqueline Bisset), che “sta per” Anne Sinclair. Il tutto, assai presumibilmente, per mettersi al riparo da controversie legali con DSK ed ex consorte, funzione assolta anche dai cartelli iniziali, che “precisano” lo sviluppo finzionale a partire da un fatto di cronaca. Quale fatto sia non serve nemmeno specificare. Dopo l’ouverture, segue quel che già conosciamo senza aver visto: l’arresto all’aeroporto, l’interrogatorio della polizia, l’incarcerazione – impiegati dei veri poliziotti sul set – e, quindi, i domiciliari in un appartamento da 60mila dollari al mese, dove lo raggiunge la moglie. I loro dialoghi, complici due interpreti formidabili, sono la meglio cosa del film: dal 22 maggio lo potete vedere in streaming (VOD) su tante piattaforme del nostro Paese, non vi leviamo l’appetito, diciamo solo che – dovessimo riassumere una singolar tenzone da brividi – Devereaux sostiene che “nessuno vuole davvero essere salvato”. Il primo di quei nessuno, ça va sans dire, è lui, che pure sa di essere malato di dipendenza sessuale. Lo sa pure la moglie, cui il nostro rinfaccia i dubbi affari della sua famiglia durante la guerra, lo abbiamo oltremodo intuito noi: Devereaux è malato di sesso, ma ancor prima di potere. Il suo incedere, il suo prendere ogni cosa – intendiamo le donne, per lui tali sono – è diretta emanazione del potere, dello status raggiunto: secondo Ferrara, Simone la ama anche, e ricambiato, ma prima di tutto Devereaux è amore e incarnazione stessa del potere, che sembra aver inghiottito per intero nella pancia enorme, mostruosa, pervasiva. L’appetito vien mangiando, ma – ci dice il regista USA – anche il potere vien mangiando: Devereaux non cerca redenzione, non gliene frega niente, anche nella caduta rimane un peso massimo, con l’ennesima ricaduta – forse – prossima e inevitabile. In questa simbolicità, in questa paradigmaticità levitata dalla cronaca sta l’imperfetta grandezza di Welcome to New York: Devereaux non è DSK perché è anche, lo sentiamo, molti altri, e per noi italiani quel molti ha un ovvio primus inter pares.Il corpo nudo, sfatto e insaziabile di Depardieu è l’epitome stessa del potere che s’alimenta a sesso e denaro, in cui la connivenza, la complicità, la strumentalità sono correlati familiari, oggettivi. Personaggi così famelici, così mortiferi nemmeno i vampiri di The Addiction lo erano, nemmeno Il cattivo tenente, che al confronto di Devereux – anche al netto della redenzione – è un pivellino, pulviscolo. Se la dipendenza è un, se non il, Leitmotiv del corpus ferrariano questo corpo è la sua massima espressione, la sua più alta definizione: al di là del risultato artistico, nemmeno il lupo di Wall Street può nulla contro il porco di Manhattan. PS: il film è una produzione americana, pertanto sottoposto legalmente alle normative USA, una ragione in più per segnalare il misfatto: perché Welcome to New York non è in cartellone a Cannes 67? Sa Dio quanto avrebbe giovato. Perché, Monsieur Fremaux, questa colpevole assenza? Meglio scontentare i Grimaldi che la coppia scoppiata DSK / Anne Sinclair?

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