Uno sguardo (su) Homemade

Da Pablo Larraín a Paolo Sorrentino, da Rachel Morrison ad Ana Lily Amirpour: 17 film brevi realizzati in isolamento, durante la pandemia. Da oggi, 30 giugno, su Netflix
Uno sguardo (su) Homemade
HOMEMADE Director Pablo Larraín Cr. Luis Poirot/Netflix

“Fatto in casa”. In tempi di pandemia è quello che più o meno tutti ci siamo ritrovati a vivere. Dalla cucina a nuovi modi per provare a intrattenere i nostri figli, dal lavoro (per chi ne ha avuto la fortuna) alla scuola, Homemade è stata la parola d’ordine che ha caratterizzato per circa tre mesi la nostra esistenza. Anche il cinema si è adeguato, prova ne è la raccolta di cortometraggi (Homemade, appunto) che sbarca oggi su Netflix.

Progetto sostenuto da Lorenzo Mieli, CEO di The Apartment, insieme a Juan de Dios Larraín e Pablo Larraín di Fabula, che ha coinvolto 17 filmmaker sparsi per il mondo, chiamati a realizzare brevissimi film utilizzando apparecchiature trovate a casa (smartphone, videocamere, droni) per offrire uno sguardo che diventasse lente d’ingrandimento su come il lockdown ha colpito diversi paesi e vite in tutto il mondo.

 

Seguendo l’ordine cronologico proposto dalla piattaforma, Ladj Ly – regista premiato a Cannes per I miserabili – si sofferma sulla giornata tipo di un adolescente (suo figlio), tra scrollate dello smartphone, condivisione dei compiti, flessioni sulle braccia. Fino allo sguardo sul mondo esterno – nel quartiere di Clichy Montfermeil, periferia di Parigi – affidato al volo di un drone (già, proprio come accadeva ne I miserabili). Gente sui terrazzi condominiali, il silenzio intorno, i palazzoni delle banlieue. Le file ordinate sul marciapiede per entrare in un mercato, le mascherine che si confondono con i veli islamici della comunità musulmana. “Se sono tempi difficili, per chi lo sono?”.

Il nostro Paolo Sorrentino – mai banale – realizza nella sua abitazione romana Viaggio al termine della notte, “con un telefono e con l’aiuto della mia famiglia”, e si affida alle statuine del Papa e della Regina Elisabetta (alle quali prestano le loro voci Javier Camara e Olivia Williams) per immaginare una visita di cortesia della seconda in Vaticano (con arrivo subordinato ai saluti di Maradona, visitatore uscente…). Con il drugo Lebowski che li avverte del lockdown (“non importa, sono in lockdown da 94 anni”, dice la Regina) e che li costringe ad una coabitazione forzata per giorni. Tra l’empasse sull’incapacità di entrambi di realizzare un tè, un ballo improvvisato che si staglia sul cielo azzurro di Roma, procedono veloci le riflessioni sul senso di chiusura che tutta la popolazione sta vivendo. “Loro hanno 50mq, noi 50 ettari”. “Non importa, l’isolamento è una condizione dello spirito”, risponde la Regina. E alla fine, Papa Francesco osserva la città, “Roma è bellissima così: vuota, disperata e sola”. “Come noi”, la chiusura malinconica di Elisabetta.

Rachel Morrison, da Los Angeles, con The Lucky Ones realizza una toccante, meravigliosa video-lettera per suo figlio Wiley, cinque anni: immagini di repertorio della sua infanzia, al fianco della mamma malata di cancro, contrapposte all’oggi di un lockdown che costringe i suoi due figli ad un isolamento forzato sì, ma tutto sommato fortunato. “Perché noi abbiamo un tetto sopra la testa, cibo e risparmi per andare avanti, una grande valle dietro casa dove poter fare passeggiate, una macchina per portarci lontano”, e dunque la regista invita il bimbo ad essere riconoscente di questa fortuna ma al tempo stesso a godersi i suoi cinque anni: “Tieniti strette le passeggiate al tramonto, le risate di Cleo, le battaglie contro i draghi immaginari e il gelato mangiato a sazietà”.

HOMEMADE Director Rachel Morrison Photo Courtesy Netflix

Pablo Larraín, caustico come sempre, gira da remoto, tramite computer, Last Call, “l’ultima chiamata” di un anziano che vive in una casa di riposo e si collega in videoconferenza con una donna di cui è stato fidanzato decenni prima, confessando il suo eterno amore per lei. Apparentemente una breve, straziante sintesi di una storia d’amore rimasta “sospesa” per colpa delle cose della vita, ma la sorpresa è dietro l’angolo. E quella chiamata sarà sì forse l’ultima, ma di certo non era l’unica… Perché se qualcuno ha vissuto un’esistenza da farabutto, suggerisce Larraín non è detto che invecchiando migliori. Anzi.

Rungano Nyoni immagina una coppia ai ferri corti durante il lockdown, costretti in un appartamento troppo piccolo per sopportarsi a vicenda. Lei si sfoga in chat con le sue amiche, lui cambia la foto profilo di Tinder e si confida con un amico. Intanto, di fronte, un’anziana vicina perde il proprio cane. Sarà quel grazioso animaletto a farli riavvicinare? Attenzione alla foto di Berlusconi in una delle tante chat che appaiono sullo schermo…

Natalia Beristain, a Città del Messico realizza Espacios (Spazi), corto in cui Jacinta (sua figlia), bimba molto determinata, sperimenta qualsiasi cosa pur di tenersi occupata durante la quarantena: dalla cucina alle pulizie di casa, passando per esperimenti di make-up a giochi di ruolo sul balcone. “Sperando in un futuro migliore per le nuove generazioni”.

Sebastian Schipper, a Berlino, riprende le sue monotone giornate tipo: blocco creativo, dormite diurne, il solito piatto di pasta cucinato per cena. Fino a che non arriva un suo doppio, poi un suo triplo: Casino, come dalla canzone dei Notwist, che Schipper (e i suoi cloni) tentano di strimpellare in quel weekend di maggio:

“There’s something wrong
There’s something wrong
There’s something wrong
You don’t tell me
There’s something wrong
There’s something wrong
With me”.

Naomi Kawase, con il solito sguardo poetico e rarefatto realizza Last Message, “l’ultimo messaggio”: è come se l’occhio cercasse una via di fuga grazie alla forte illuminazione proveniente dall’esterno, nel chiuso di una prigionia che aumenta ossessioni e ricerca di un “fuori” che l’osservazione e la contemplazione riescono a catturare in tutta la sua bellezza. “Resilienza, memoria, conoscenza, assurdità. Amate coloro che amate. Resilienza. Resilienza”. Molto suggestivo.

David Mackenzie immortala un’adolescente e le sue giornate col fratello più piccolo, in una casa di Glasgow. La stranezza e la noia dell’isolamento, voli di fantasia e fuggevoli momenti di contatto sociale. “Stiamo vivendo l’evento più totalitario a livello globale della storia dell’uomo. Cosa proveremo ripensandoci? Cosa conta davvero?”.

Maggie Gyllenhaal con Penelope ci porta nel Vermont, dove un uomo abituato alla solitudine (Peter Sarsgaard, marito dell’attrice/regista), in una casa immersa in un bosco, fatica a conservare le semplici comodità di una volta: nel mondo un virus misterioso che attacca il sistema solare ha già ucciso 500 milioni di persone. Distopia di un presente giocoforza distopico.

Maggie Gyllenhaal – Photo Courtesy Netflix

Nadine Labaki e Khaled Mouzanar, a Beirut, realizzano Mayroun e l’unicorno: intrappolata per gioco in una stanza con il suo unicorno a dondolo, la piccola Mayroun crea un’avventura che rischia di diventare più spaventosa di quello che sta avvenendo fuori, nel mondo. Girato in un’unica ripresa dal padre della bimba, il 57° giorno di lockdown, quando Mayroun entra nel suo studio e improvvisa tutta questa scena/monologo.

Antonio Campos, a Springs, New York, costruisce una sorta di horror psicologico: la figlia di due donne trova il corpo di uno sconosciuto sulla riva del mare. Da quel momento, la razionalità con cui avevano affrontato il lockdown inizia a vacillare pericolosamente. Interessante metafora thrilling con cui provare a “dare corpo” alla presenza estranea di qualcosa d’inaspettato nelle nostre vite. In loop.

Johnny Ma, in un villaggio a San Sebastián del Oeste, Jalisco, in Messico, realizza una video-lettera per la madre lontana, nel 50° giorno di quarantena. Video-lettera che probabilmente la donna non riceverà mai, “perché non guardi Netflix”. Ma chissà se cucinare per la prima volta dei ravioli con la ricetta tramandata dalla mamma, ora piatto preferito anche della sua nuova famiglia, non possa riavvicinarli quantomeno a livello ideale.

Kristen Stewart, a Los Angeles, si autodirige in Crickets: è una donna distrutta dall’insonnia, in perenne stato di dormiveglia, abbindolata di fronte ad una finestra, con l’esterno spesso sfocato, altre volte messo a fuoco, e lo stridio dei grilli a contrappuntarne i minuti.

Gurinder Chadha, a Londra, racconta di aver perso la madre nel 2019 e che per la metà di marzo 2020 avevano previsto una commemorazione della donna. Il giorno dopo è scattato il lockdown e da quel momento inizia a filmare la quotidianità della sua famiglia, marito, due gemelli di 12 anni e un cagnolino. La riconquista del tempo, Un dono inaspettato, le ricette della cucina indiana, le videolezioni dei figli, la morte improvvisa di uno zio in Africa, poi la notizia che il COVID ha colpito una zia, che morirà qualche giorno dopo. E l’unione per ricordarla coi familiari sparsi in tutto il mondo, tramandando ai suoi ragazzi una preghiera indiana con cui

Sebastián Lelio, a Santiago, declina l’isolamento in musical con Algoritmo, interpretato dalla sorprendente, non professionista, Amalia Kassai, che canta e balla in quarantena mentre fa le pulizie di casa, riflettendo sull’influsso che la pandemia sta avendo sull’umanità. Musica (Matthew Herbert), coreografia (Domingo del Sante Moletto), montaggio e post-produzione sono stati realizzati da remoto. A suo modo sensazionale.

Ana Lily Amirpour realizza Ride It Out (Pedala e passerà), giro in bicicletta di una donna (se stessa) attraverso una Los Angeles affascinante pur nel vuoto inquietante causato dalla pandemia. Scenari da film post-apocalittico, con la voce narrante di Cate Blanchett. Un invito a rivedere le nostre vite, anche attraverso l’arte, da una nuova prospettiva: “E se riuscite a cambiare prospettiva, allora siete degli artisti. Essere con la ciclista sulla strada non è come vederla dall’alto, ed essere la bicicletta non è come essere la ciclista. Scegliere una prospettiva è scegliere il proprio approccio verso qualcosa. Contate le cose che vi sono state tolte? O quelle che vi sono rimaste?”.

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