Spazio FEdS, Cinema made in Italy

La costruzione dell’immagine italiana all’estero attraverso l'audiovisivo: in arrivo il volume curato da Massimo Scaglioni, presentato oggi a Venezia
Spazio FEdS, Cinema made in Italy

La costruzione dell’immagine di un paese all’estero è il frutto di un processo complesso. La percezione di una certa idea di nazione è anche attivata dalla circolazione, fuori dai propri confini, dei valori e contenuti associati ai prodotti dell’industria culturale nazionale. Se è vero che l’oggetto culturale entra a far parte del cosiddetto “made in Italy”, l’audiovisivo si è distinto per la capacità di diffondere un marchio di qualità e di stile e per la produzione di racconti, modelli iconografici relativi alla nostra personalità e al nostro. Ma in che misura gli audiovisivi italiani hanno ancora la capacità di rappresentare la nostra identità e cultura a livello internazionale?

Per rispondere a queste domani, è in arrivo sugli scaffali Cinema made in Italy. La circolazione internazionale dell’audiovisivo italiano, volume a cura di Massimo Scaglioni edito da Carrocci, presentato oggi allo Spazio FEdS in un incontro moderato da Gianluca Arnone (coordinatore editoriale FEdS).

La presentazione è avvenuta alla presenza di Francesco Rutelli (Presidente ANICA), Nicola Maccanico (Executive Vice President Programming di Sky Italia e ceo di Vision Distribution), Massimo Scaglioni (professore di Economia e marketing dei media dell’Università Cattolica di Milano e curatore del volume Cinema made in Italy), Marco Cucco (ricercatore presso Università Bologna), Emiliano Morreale (critico cinematografico e docente), Giacomo Manzoli (professore di Storia del cinema italiano nell’Università di Bologna e Direttore Dipartimento delle Arti Università di Bologna).

Cinema made in Italy. La circolazione internazionale dell’audiovisivo italiano

Rutelli ha presentato l’iniziativa “Corti d’autore”, cinque progetti che toccano solo l’audiovisivo ma anche la moda, il design, il 700esimo anniversario dalla morte di Dante. “Una giuria di qualità composta da Piera Detassis, Maria Pia Ammirati, Monica Maggioni, Ludovica Rampoldi e Gabriele Salvatores sceglieranno i progetti più meritevoli, destinati a trasformarsi in film. Si tratta di un tentativo di promuovere l’Italia all’estero dopo il Covid, che può avere luogo grazie a un’importante riforma che prevede l’intervento della Farnesina”.

“Come il Neorealismo – continua Rutelli – contribuì a rilanciare l’immagine dell’Italia nel mondo, ripresentandola al mondo con le sue qualità e la volontà di ricostruire, oggi promuoviamo un rilancio del nostro Paese dopo la pandemia. La stessa Biennale ha dimostrato responsabilità, rigore e coraggio nel volere fortemente la Mostra di quest’anno”

“In questa fase di passaggio – riflette Maccanico – abbiamo fatto prevalere le nostre qualità migliori: gestire l’inaspettato. L’industria del cinema non può fermarsi in attesa del vaccino: stiamo attivando tutti i protocolli per rendere i set posti sicuri. Così come le sale, che sono attualmente tra i posti più sicuri. Per convincere le persone che possono uscire di casa, dobbiamo distribuire i film: farli uscire è la strategia migliore. Per questo Padrenostro arriverà in sala dal 24 settembre: sappiamo che è un rischio, perché è un film che può funzionare con il pubblico adulto, attualmente meno disponibile a muoversi, ma da qualche parte dobbiamo ricominciare”.

 

“Da quando sono tornate a regime – prosegue Rutelli – sono stati 1 milione e 400 mila i biglietti staccati. C’è un calo del 75% rispetto all’anno scorso, ma sono numeri incoraggianti”. E aggiunge Maccanico: “La via per la sala è un modello protettivo ma anche flessibile, cioè che abbia un ruolo promozionale per quei prodotti che funzionano meglio altrove, come sulle piattaforme”.

Infine, sul tema dell’internazionalità al centro del confronto: “Dobbiamo far sprigionare la creatività sprigionata in modo coraggioso, proponendo contenuti che possano essere fruibili in tutto il mondo”.

“È stato un percorso di ricerca lungo che ha coinvolto cinque università – spiega Scaglioni – che oggi appare ancora più essenziale. Abbiamo agito su due strade, con uno sguardo di tipo sistemico: da una parte il valore economico e industriale dell’audiovisivo, dall’altra la dimensione culturale e la capacità del cinema di raccontare e rappresentare l’Italia. Alla base c’è la necessità di ricostruire l’immagine di un paese in relazione con industria”.

“L’Italia – continua Scaglioni – esporta un consistente numero di film ma nello sbigliettamento è superato dalla Spagna. Siamo forti in termini di esportazione per quanto riguarda il cinema d’autore sulla base dell’economia del prestigio, ma all’origine di questi successi ci sono fattori difficilmente controllabili. Noi esportiamo autori, non film, che guadagnano la fama internazionale con i premi ai festival: una strada tradizionale, ma non dimentichiamo che il cinema popolare negli anni Sessanta è stato venduto molto bene”.

Uno studio su percorsi finora poco analizzati, con focus su alcuni casi di studio: “Chiamami col tuo nome è stato molto apprezzato all’estero e faceva veicolare un’idea d’italianità precisa, ma non è molto piaciuto in Italia. Un percorso in linea con la storia di Luca Guadagnino: Io sono l’amore fu un flop clamoroso da noi ma uno dei tre film non americani di maggior successo in quella stagione. Poi c’è questo caso particolare di Perfetti sconosciuti, un film-format che circola in tutto il mondo attraverso i suoi innumerevoli remake: in Cina ha incassato 90 milioni di dollari”.

 

A Cucco, invece, il compito di “mappare le politiche cinematografiche nazionali e comunitarie. Il nostro è un modello a metà strada tra quello centralizzato e quello diffuso. Abbiamo un eccesso di investimenti nella produzione e ridotto nella distribuzione all’estero”.

Morreale si è concentrato sul lavoro di legittimazione culturale che svolgono i festival con il prodotto cinema: “Nel 1942, a Venezia furono annullate le proiezioni stampa: i critici erano considerati i sabotatori del festival, il prodotto di un intellettualismo giudaico-plutocratico. Oggi la critica si è autodelegittimata per la mancanza curiosità nel riconoscere la varietà del cinema italiano. Il problema è rappresentato sia dal rumore di fondo dei social sia dalla mancanza di autorevolezza”.

E sul tema del volume aggiunge: “Il cinema che non funziona all’estero è il nostro cinema popolare. Le serie stanno riempiendo quel vuoto. Si vendono i marchi, come Elena Ferrante o Paolo Sorrentino. Poi c’è un nuovo modello interessante che riguarda la circolazione dei talenti attraverso i festival, sempre più circuiti ombra: tante piccole élite che sottolineano la perdita della cogenza dell’oggetto cinema”.

Conclude Manzoli, autore della prefazione: “Esistono delle differenze tra i film italiani più visti in Italia e nel mondo, ma le tipologie di prodotto svolgono la stessa funzione: la promozione del brand Italia (cultura, paesaggio, turismo…). Ma sono oggetti talmente diversi tra loro che non possiamo pensare di poter fare circolare nello stesso modo”.

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