Scacco alla morte

Terminata in silenzio, chissà con quale vincitore, la partita più famosa della storia del cinema
1 Agosto 2007
Scacco alla morte
Una scena diIl settimo sigillo

– “Chi sei tu?”
– “Sono la morte”.
– “Sei venuto a prendermi?”
– “E’ già da molto che ti cammino a fianco”.
– “Me ne ero accorto”.
– “Sei pronto?”
– “Il mio spirito lo è, non il mio corpo”.

E’ terminata in silenzio, in nobile discrezione, e chissà con quale vincitore, la partita a scacchi più lunga e famosa della storia del cinema. Ingmar Bergman, uomo della metafora, artista dell’animo, creatore di immagini: sua quella della morte che nel Settimo sigillo, capolavoro del 1956, fronteggia il dubbioso cavaliere Antonius Block, giocandosi la sua anima e con la sua quella di un popolo e di una intera storia. Crepuscolare, seducente, lirico e implacabile, imbevuto, perché educato, dei concetti di peccato e colpa, perdono e grazia: religioso in modo personale, schivo, sfuggente alle luci effimere che animano sovente il mondo del cinema – anche se vincitore dei massimi premi internazionali – perché illuminato da quelle algide della sua terra e della sua esistenza, Bergman è entrato a pieno titolo nella storia delle arti, regista dell’umano e del divino, il volto del primo squarciato spesso dal dolore e dalla violenza che cova nel suo cuore, il volto del secondo absconditus, sempre nascosto, giudicante e onnipotente. Troppi i titoli, oltre sessanta, che una sapiente critica e storiografia dovrebbero qui ricordare. Ma esemplare, per sintesi e coerenza, il contrapporsi di due coppie pudicamente emergenti dalle sue personali esperienze di vita e da una autobiografia sempre instillata nei suoi lavori, siano essi per lo schermo, per la televisione e il teatro. Da un lato ecco la giovinezza e la formazione, prima spensierate e poi crudeli, di Fanny e Alexander, che trovano rifugio nel mondo parallelo della “lanterna magica”, fantasia e spiriti in lotta con la realtà e gli uomini per assicurare un briciolo di felicità nell’inesorabile procedere della vita e delle generazioni; dall’altro, anche se di nove anni precedente e ancora sotto l’effetto dei moti libertari del ’68, quasi uno specchio in cui l’infanzia riflette la propria maturità, appare la coppia “esemplare” formata da Johan e Marianne, protagonista delle Scene da un matrimonio, indagine, se vogliamo, anche spietata sulle convenzioni sociali e, in un film estremamente dialogato e parlato, denuncia accorata dell’incomunicabilità umana. La complessità del lavoro non ostacola, anche questa volta, la sintesi spirituale che ha sempre contraddistinto il cinema di Bergman, in cui la società, come in uno specchio, riflette il più delle volte le sue inadeguatezze e le sue illusorie e fallaci speranze.

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