Premio Bresson ad Amos Gitai

Al regista israeliano il prestigioso riconoscimento: premiazione lunedì 2 settembre allo spazio FEdS del Lido
1 Settembre 2013
Premio Bresson ad Amos Gitai

In occasione della 70. edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, il 2 settembre alle ore 11.30 presso la Sala Tropicana 1 dell’Hotel Excelsior, nello spazio della Fondazione Ente dello Spettacolo, si terrà l’annuale conferimento del Premio Robert Bresson. Giunto alla sua quattordicesima edizione, il premio verrà assegnato al cineasta israeliano Amos Gitai, autore di film e documentari caratterizzati da un forte impegno politico e sociale, presente inoltre in Concorso Ufficiale al Festival con la sua ultima opera Ana Arabia.
Il riconoscimento sarà consegnato dal Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, S.E. Mons. Claudio Maria Celli.
Saranno presenti don Ivan Maffeis, Presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo, Mons. Dario Edoardo Viganò, Direttore del Centro Televisivo Vaticano, Paolo Baratta, Presidente della Biennale di Venezia, Alberto Barbera, Direttore artistico della 70. Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia.
Il premio – un’opera intitolata HOPE e realizzata dallo scultore e orafo Andrea Cagnetti, in arte Akelo – è un riconoscimento attribuito dalla Fondazione Ente dello Spettacolo e dalla Rivista del Cinematografo al regista che abbia dato una testimonianza significativa del difficile cammino verso la ricerca del significato spirituale della nostra vita. Tra i premiati delle precedenti edizioni alcuni dei cineasti più prestigiosi del panorama cinematografico mondiale, come Giuseppe Tornatore, Wim Wenders, Zhang Yuan, Aleksandr Sokurov, Walter Salles, Mahamat-Saleh Haroun, i fratelli Dardenne e Ken Loach.
Regista, sceneggiatore e documentarista israeliano, Amos Gitai ha realizzato più di ottanta film, tra i quali i celebri Kippur, Giorno per giorno (Yom-Yom), Kadosh, Verso Oriente (Kedma), Terra promessa, Free Zone e Plus tard, tu comprendras….
In tutti i suoi film – prevalentemente dedicati ai problemi della società ebraica (dalla fondazione dello Stato d’Israele sino ai più recenti conflitti con i palestinesi) – ha mantenuto una posizione critica, coerentemente distante sia dalle posizioni ufficiali dei vari governi che si sono succeduti, sia da pregiudizi ideologici che spesso condizionano i sostenitori dell’una o dell’altra fazione in lotta.
Questa forma di disincantata lucidità, che lo ha spesso condotto ad assumere posizioni non allineate, dà vita, nel suo ultimo film, Ana Arabia (in concorso alla Mostra di quest’anno), ad un ritratto partecipe, umanissimo e carico di un’esplicita valenza utopistica, di una piccola enclave di famiglie arabe che convivono pacificamente con parenti ebrei. Lontano da ogni forma di massimalismo, è un film dove la politica assume radicalmente le forme che dovrebbero esserle proprie: quelle della condivisione di scelte alla base delle quali ci sono, prima di ogni altra cosa, gli uomini e le donne, con i loro sogni e desideri, bisogni e problemi quotidiani.

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