Oh! Carol…

Al Bergamo Film Meeting una retrospettiva ripercorre la straordinaria carriera di Reed, regista de Il terzo uomo e Idolo infranto
12 Marzo 2009
Oh! Carol…
Carol Reed

Il terzo uomo, ma non solo. La retrospettiva principale del festival bergamasco contribuisce quest’anno alla piena scoperta di un autore inglese che si conosce solo per sommi capi: gli hollywoodiani Il tormento e l’estasi con Charlton Heston/Michelangelo o il circense Trapezio con Burt Lancaster e Tony Curtis non sono certo i suoi titoli migliori. E poi c’è quel noir ambientato a Vienna – Il terzo uomo (1949) – in cui, dopo Quarto potere, si ricompone la coppia Joseph Cotten-Orson Welles, con il valore aggiunto, non da poco, della nostra Alida Valli. Il magnetismo di Welles in questo film è inversamente proporzionale ai pochi minuti in cui si vede il suo personaggio Harry Lime, tanto che la sua presenza è sempre palpabile nell’atmosfera, anche quando non è in scena. Ma dopo la fama e la notorietà, negli anni successivi, la parabola artistica di Reed subirà gradualmente un calo, fatta eccezione per Il nostro agente all’Avana (1959) che deve comunque molto al fedele ispiratore Graham Greene e allo smalto di un fuoriclasse come Alec Guinness. Se si vuole conoscere il Carol Reed di maggior pregio bisogna tornare indietro ai primi anni della sua attività, con alcuni film misconosciuti, addirittura inediti in Italia, per cui andrebbe quindi un doppio ringraziamento al meeting. Lo stile raggiungerà la maturità con pellicole quali Night Train to Munich (1940), in mirabile equilibrio tra dramma e homour, tanto da richiamare alla memoria, anche per l’ambientazione storica, il lubitschiano Vogliamo vivere! Oppure con Fuggiasco (1947) e Accadde a Berlino (1953) dove troviamo il pathos di James Mason al servizio di due personaggi senza futuro. Ma l’apice è forse rappresentato da Idolo infranto (1948), dove una regia vertiginosa ci guida a scoprire i caratteri dei due protagonisti che sembrano quasi scambiarsi, con l’angoscia dell’età adulta riversata nelle paure del bambino e la leggerezza infantile che traspare, almeno in appaenza, nel maggiordomo, reso alla perfezione da Ralph Richardson.

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