Minuti contati per Hugo Cabret

A Roma l'antipasto del nuovo film di Scorsese dura molto meno del quarto d'ora annunciato. Il 3D è suggestivo, ma l'evento - nonostante Selznick e Butterfield - non c'è
1 Novembre 2011
Minuti contati per Hugo Cabret

Se il buongiorno si vede dal mattino il giorno in cui Hugo Cabret vedrà la sala (il 2 febbraio in Italia, grazie a 01) sarà di sicuro radioso. Basta una clip di 4 minuti e la visione del trailer americano – gentilmente offerti dal festival di Roma che, però, di minuti ne aveva promessi 15! – a farci pregustare un film potenzialmente memorabile (impressione confortata del resto dalle reazioni positive di pubblico e stampa all’anteprima integrale al New York Film Festival, un mese fa), il primo in 3D del grande Scorsese.
Proprio la stereoscopia lascia, per quel poco che si è visto, stupefatti: la profondità di campo viene dilatata dalla giustapposizione di porzioni diverse di spazio (procedimento spiegato bene da Francesca Lo Schiavo che, con Dante Ferretti, ne ha curato la scenografia), dallo sfruttamento delle superfici trasparenti e dal ricorso alla soggettiva impersonale, con l’occhio della macchina da presa rivolto verso il basso, sul mondo al rovescio sotto i nostri piedi, che il 3D rende pura vertigine. E poi i colori accesi degli elementi scenici (“Abbiamo evitato il verde e il rosso e dato intensità a tutti gli altri” confessa la Loschiavo) funzionano come segni d’interpunzione, punti d’approdo per uno sguardo altrimenti naufrago nel mare aperto della visione.
La scena che vediamo è quella in cui il protagonista (il giovanissimo Asa Butterfield) s’imbatte in Isabelle, una trovatella come lui che vive – siamo negli anni ’30 del Novecento – nella stazione di Parigi. Isabelle porta attaccata al collo una chiave “magica” che potrebbe riattivare un automa costruito dal padre di Hugo prima di morire. L’automa dovrebbe nascondere – il ragazzo ne è convinto – un messaggio segreto. La riparazione del piccolo robot automatico porterà Hugo a incontrare Georges Méliès, il grande regista dimenticato dal cinema, dopo l’avvento del sonoro: “Lo spunto del libro era proprio questo – racconta Brian Selznick, l’autore del romanzo illustrato adattato da Scorsese -. Avevo saputo che alla morte di Méliès, erano stati rinvenuti nella sua officina moltissimi automi, da lui costruti. Inoltre dopo l’avvento del sonoro Méliès, si era ritirato dal cinema riducendosi a fare l’orologiaio in una piccola oreficeria della stazione di Parigi. Volevo raccontare la sua vicenda e intrecciarla con quella di un bambino orfano a cui manca la figura paterna. Mi sono sempre piaciute le storie con gli orfanelli”.
Così è nato Hugo Cabret, libro e personaggio, nel quale Selznick non si riconosce (“ha una manualità che io non ho mai avuto”) ma in cui ha rielaborato parti della sua vita: “Mio padre era morto prima che cominciassi a scriverlo, e questo romanzo è tutto sul rapporto tra un padre e un figlio”. Sul grande schermo Hugo ha il volto di Asa Butterfield, a Roma con Selznick. Ecco il retroscena della sua partecipazione al film: “Dopo due provini a Londra, mi chiedono di presentarmi in un video e di mandarlo a Scorsese. Poco tempo più tardi, mia madre viene a prendermi a scuola e mi dice che ho ottenuto la parte. Ricordo che era molto emozionata. Continuava a ripetermi: ‘Wow, un film con Scorsese!’ Vi confesso che io invece ero un po’ confuso. Di Scorsese avevo sentito parlare, ma non avevo idea di chi fosse”. Sono altri gli idoli di Asa: Tom Cruise, Brad Pitt, Angelina Jolie? Macché: Sigourney Weaver. “Ho visto tutti i suoi film, è la mia attrice preferita”. Forse perciò di fronte a Ben Kingsley e Jude Law, Asa ammette candidamente di non avere provato “nessun complesso d’inferiorità”. “Sono persone normali, dopo un paio di giorni eravamo amici”. Ovviamente, lui ha legato di più con la partner più giovane, Chloe Moretz: “Abbiamo gli stessi interessi”. Guardandolo bene, Asa sembra davvero il Cabret disegnato da Selznick (“ma lui ha il naso più grosso””, precisa l’attore inglese), che dal canto suo si dice soddisfatto e della scelta del cast e del risultato. Ci piacerebbe dire altrettanto della scelta del festival di creare un evento ad hoc su pochi minuti di montato, un trailer e il saluto pre-registrato (trenta secondi) di Martin al pubblico italiano. Avessimo visto i 15 minuti annunciati dell’Hugo Cabret ci sarebbe forse venuta l’acquolina in bocca. Questo antipasto d’antipasto invece, in bocca ci ha lasciato solo l’amaro.

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