L’ultimo mortale

Superstite di un mondo spazzato da una catastrofe batteriologica. Dall'11 gennaio Will Smith in sala con Io sono leggenda
27 Dicembre 2007
L’ultimo mortale

Uno spettacolare flashback dell’evacuazione di Manhattan attraverso il ponte di Brooklyn, una New York desolata e attraversata in auto o a piedi dall’ultimo uomo rimasto (in compagnia di un cane), che manda messaggi a possibili altri sopravvissuti, e si sente minacciato da presenze oscure… Basta il breve ed ellittico trailer di Io sono leggenda a rivelare la direzione imboccata dal regista Francis Lawrence e dallo sceneggiatore Akiva Goldsman nel riadattare il romanzo I am LegendI vampiri (1954) di Richard Matheson. Le immagini rievocano il precedente remake 1975: occhi bianchi sul pianeta Terra (The Omega Man, ’71 di Boris Sagal), anche se lì lo scenario era Los Angeles, come nel romanzo. Un mix di azione e dramma della solitudine per lo scienziato protagonista, l’unico uomo ancora dotato di sangue sano. Cioè immune dall’epidemia che ha spazzato via l’intera popolazione e mutato i superstiti in creature della notte (vampiri nel romanzo, ma nel film di Sagal una setta di albini incappucciati, che non sopportano la luce del sole). Non stupisce che il nuovo remake con Will Smith si rifaccia al modello Omega Man: era targato Warner Bros, all’epoca fu un successo, e la major lo ha voluto attualizzare con i megabudget di oggi. Secondo gli autori, Io sono leggenda è fedele alla sostanza sociologica di Matheson, puntando però meno sull’horror e più sulla science-fiction, diversamente dal libro. Esso fu la prima seminale contaminazione letteraria fra mitologia gotico-soprannaturale (il vampirismo) e tematiche da fantascienza (l’apocalisse batteriologica e le mutazioni). Io sono leggenda descrive lo psicologico straniamento del virologo superstite, con Will Smith unico attore in scena per gran parte del film. Ma Lawrence e Goldsman hanno anche rispettato la presenza dei mostri, dei “cercatori oscuri” che vedono l’ultimo umano come la vera mostruosa minaccia. Vampiri moderni e anti-tradizionali in questo rifacimento, ma non macabri zombie-cannibali. I modelli non sono né il quatermassiano 28 giorni dopo di Boyle né il fantahorror dell’84 La notte della cometa di Eberhardt (rielaborazioni dell’idea di Matheson). Due film che a loro volta derivano da La notte dei morti viventi (’68) di Romero, la più fedele trasposizione “non accreditata” delle atmosfere del romanzo, almeno secondo Matheson. Ma il percorso non è concluso. A Romero l’idea venne dopo aver visto in Tv L’ultimo uomo della Terra (’64) di Ubaldo Ragona e Sidney Salkow, la prima versione del libro coprodotta da Italia e USA, girata in un suggestivo bianco & nero all’EUR di Roma, come fosse una livida Los Angeles post-atomica. Lì il Dr. Morgan (Vincent Price) si armava di aglio e paletti per difendersi ed eliminare i vampiri, cioè il nuovo ordinamento sociale che lo aveva condannato a morte. Il film, benché disconosciuto da Matheson, non è così lontano dalle sue problematiche. Eppure introduce nell’esecuzione finale del protagonista una simbologia assente dall’epilogo del libro. Il martire sacrificale Morgan muore trafitto da una lancia sull’altare di una chiesa, dopo però aver trasfuso in Ruth il proprio sangue non infetto quale antidoto alla peste vampirica. Questa futura allegoria cristologica, segno di speranza, si ripete proprio nel remake a colori di Sagal, sottolineata a livello iconografico. Colpito dalla lancia, l'”uomo-Omega” resta in mezzo a una fontana assumendo la posa del crocifisso, e lascia ai giovani sopravvissuti un flacone del suo prezioso sangue incontaminato. All’epoca l’interprete Charlton Heston confermò la chiave allegorica dello script: “Il film è una moderna parabola evangelica, dove il ruolo del Salvatore è simboleggiato da uno scienziato che sacrifica se stesso per la salvezza del genere umano e che con il proprio sangue riscatta il mondo assicurando agli uomini una nuova vita”.

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