Le rose di Monicelli

Guerra e deserto per il 65esimo film del regista. Che polemizza: "L'Italia rovinata da chi ci governa"
22 Novembre 2006
Le rose di Monicelli

Il ritorno di Mario Monicelli al cinema dopo 8 anni da Panni Sporchi. Le rose del deserto è il 65esimo film del grande regista, liberamente ispirato al romanzo Il deserto della Libia di Tobino (amico fraterno di Monicelli) e interpretato da  Michele Placido, Alessandro Haber, Giorgio Pasotti, Tatti Sanguineti e un folto gruppo di bravi attori non professionisti. Distribuito dalla Mikado esce nelle sale italiane il 1° dicembre in 230 copie, dopo una tormentata gestazione. Problemi di fondi. In una scoppiettante conferenza stampa la polemica sulle difficoltà finanziare per produrre il film è stata sollevata, anche se con toni molto moderati, da Michele Placido: “Stasera in anteprima lo vedrà il Presidente della Repubblica. Era un film che poteva avere una maggiore attenzione. Forse si potevano dare un po’ più di soldi”.  Ma Monicelli non si è mai disperato, anche perché “la disperazione non ha mai fatto parte della mia vita, eppure di problemi ne ho avuti anch’ io. Ne avevo già fatti 64 di film e se non facevo il 65esimo non era un problema!”. La storia è quella del terzo reparto della trentunesima Sezione Sanità in una lontana e sperduta oasi nel deserto della Libia. Tutti i soldati sono sicuri che in quel posto ci rimarranno poco perché la guerra finirà . Ma non sarà così. La notte del 12 febbraio 1941 nel porto di Tripoli sbarcano i soldati di Rommell. “Mi ero accorto che questa guerra, persa come tante altre, era poco conosciuta, non era mai stata raccontata. Il romanzo di Tobino mi ha appassionato e commosso. Lui, come me, aveva fatto la guerra. Come me aveva visto, vissuto quelle storie e ho deciso di raccontarle per farle conoscere anche ad altre persone. E poi ho voluto ricreare soprattutto le atmosfere del romanzo. Far vedere che il deserto non è sole e dune rosa, ma sabbiaccia e palme rinsecchite. Non c’è romanticismo”. Le rose del deserto è un po’ come se fosse la somma del cinema di Monicelli. C’è la farsa, l’ironia, la tristezza, il cinismo, il linguaggio particolare e la mescolanza dei dialetti della nostra penisola. Insomma tutte quelle caratteristiche che hanno contraddistinto il regista e con lui tutta una certa commedia all’italiana. Quella che guarda, ironizza e sorride amaramente del nostro paese. I soldati sono lì in mezzo a un mare di sabbia e non ne conoscono bene neanche il motivo, sperano di tornare presto a casa e agognano buon cibo e donne. Una piccola rappresentanza di uomini italiani che sono sempre gli stessi, ieri come oggi. “Maschilisti, nella migliore accezione – dichiara Monicelli – . In Italia almeno la coscienza maschilista non è cambiata. Questa è la considerazione”. “Gli italiani non sono né eroi, né missionari. Sono generosi e non si perdono mai d’animo. Non credo che siano cambiati (e se lo sono è in peggio) – sottolinea Monicelli – Il vero problema è di chi ci guida. Ci vogliono insegnare tutto, ci vogliono far badare soltanto a far crescere il benessere economico. Ci insegnano a essere spietati e la cosa più orrenda è l’essere spietati. L’economia è la vera maledizione della nostra generazione, italiana e non”. Tra i personaggi spicca quello di frate Simeone, interpretato da un grande Michele Placido, figura che nel romanzo non c’era, ma che Monicelli ha costruito a tavolino con lo stesso attore facendo riferimento a un vero frate conosciuto in Abissinia. “Mi piace il tono sollecito di questo personaggio – sottolinea Monicelli -, sollecito verso il prossimo, pronto a essere combattivo, un po’ come è lo stesso Placido nella vita”.

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