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Mentre la Casa Bianca condanna l'assalto alle ambasciate US in Libia e in Egitto e manda le navi da guerra (un nuovo fronte si è aperto da poche ore in Yemen e in Tunisia), s'infittisce il mistero su chi sia il responsabile di The Innocence of Muslims, il film anti- Islam che ha innescato le manifestazioni di violenza. Nelle ultime ore la stampa d'oltreoceano ha indicato in Sam Bacile l'autore del progetto, sulla base delle interviste che lo stesso ha concesso al Wall Street Journal e alla Associated Press da una segreta località californiana. Ma sulla sua vera identità emergono molti dubbi. Bacile ha dichiarato di essere un imprenditore edile e un ebreo nato in Israele. Le autorità israeliane però smentiscono e fanno sapere di non conoscere l'uomo né di possedere alcun registro che provi la sua cittadinanza.
Bacile sostiene poi di aver scritto e diretto il film, grazie a un contributo di 5 milioni di dollari messo a disposizione da un gruppo di 100 finanziatori ebrei. Ma Steve Klein, un attivista cristiano che ha fatto da consulente al film, ha rivelato al The Atlantic che Bacile non solo non é israeliano ma non è nemmeno di fede ebraica. Secondo Klein l'uomo utilizzerebbe uno pseudonimo e tutta l'operazione sarebbe una grande montatura.
Inoltre, sebbene alcuni abbiano puntato il dito contro i copti accreditandoli come i veri sponsor del progetto, la totale mancanza di cura e professionalità nella realizzazione del film - che ha tutta l'aria di una parodia, con attori travestiti da Maometto e i suoi seguaci e il profeta trattato come un donnaiolo - farebbe pensare a uno di quei prodotti a bassissimo costo che sfuggono tanto ai circuiti mainstream quanto a quelli indie di Los Angeles, ma che ciononostante hanno estrema facilità di diffusione. La violenza scatenata dalla sua circolazione ha riacceso i timori di una nuova ondata censoria nei media islamici. "Dal mio punto di vista, non possiamo reagire a questo film in modi così violenti, pure se si prende gioco dei musulmani", ha detto a Variety l'esperto egiziano di cinema e televisione Alaa Karkouti. "Il nodo centrale di ogni religione è che il credente deve essere preparato a patire l'offesa - ha continuato Karkouti -. Scatenare un pandemonio per questo film mi sembra sproporzionato rispetto ai veri problemi che il mondo arabo ha dovuto e deve affrontare, come le persone uccise per strada durante la rivoluzione e i responsabili di quelle uccisioni, tutt'ora senza un nome". Oltre a Karkouti, altri importanti esponenti dei media egiziani hanno parlato con Variety preferendo però conservare l'anonimato. In molti si sono chiesti come mai un film realizzato nel 2011 e proiettato in un cinema hollywoodiano già all'inizio di quest'anno, "sia stato scoperto solo adesso dai media arabi e, guarda caso, proprio l'11 settembre". Secondo gli intervistati la scelta del momento non è casuale ed è collegata alle prossime elezioni presidenziali americane, quando l'eventuale elezione del repubblicano Mitt Romney aprirebbe una svolta conservatrice nella politica estera statunitense."Quanto sta accadendo prova come sia facile controllare e manipolare certi segmenti della popolazione araba", ha suggerito Karkouti. Che a microfono spento ha fatto notare come l'influenza politica dei Fratelli Musulmani, in Egitto come in altri paesi scossi dalla Primavera Araba, è andata crescendo di pari passo agli episodi di violenza e che quest'ultimi potrebbero, sebbene indirettamente, favorire ancor di più il bavaglio della censura sui media arabi. Un esempio? La tv di stato egiziana non ha più trasmesso quei film dove si vedono coppie che si baciano, che pure andavano in onda fino a qualche tempo fa, e ha cancellato la produzione della celebre serie Al-Gama'a sui Fratelli Musulmani.



