Nel 1974, la Colombia fu incaricata di organizzare i mondiali di calcio del 1986. Otto anni dopo fu costretta a rinunciare, non riuscendo a rispettare i requisiti minimi (la capacità degli stadi, le telecomunicazioni, l’ospitalità agevolata per i membri della FIFA) e dovendo fronteggiare un’ondata di violenza causata dalla  crisi economica, dal conflitto tra guerriglieri e gruppi paramilitari e dal narcotraffico. Chi avrebbe potuto organizzare un tale evento in meno di quattro anni? Una superpotenza come gli Stati Uniti, ovviamente, la cui nazionale non partecipava alla competizione dal 1950. O un Paese più o meno pronto per esperienze e infrastrutture ma travolto da una devastante recessione economica. Ovvero il Messico, già sede dei mondiali nel 1970 (quelli della leggendaria Italia-Germania 4 a 3): quale migliore occasione per rivitalizzare un Paese in declino?

Più che restituire lo spirito di un popolo o l’orgoglio patrio, Messico 1986 (su Netflix) racconta la scommessa messicana inquadrando la folle ambizione di colui che più di tutti s’impegnò a realizzare l’impresa. Ed è un personaggio di fantasia: Martín de la Torre si ispira soprattutto a Rafael del Castillo Ruiz, presidente della Federazione calcistica messicana dal 1980 al 1988, figura cruciale nel settore (ha istituito le formazioni giovanili, promosso nuovi talenti, modernizzato impianti e mentalità) nonché nello scandalo dei “cachirules” – quando la nazionale under 20 schierò almeno quattro giocatori oltre il limite di età – che escluse il Messico da tutti gli eventi FIFA per due anni.

México 86. (L to R) Diego Luna as Martín de la Torre, Karla Souza as Susana Gómez-Mont in México 86. Cr. María Medina / Netflix ©️2026
México 86. (L to R) Diego Luna as Martín de la Torre, Karla Souza as Susana Gómez-Mont in México 86. Cr. María Medina / Netflix ©️2026
México 86. (L to R) Diego Luna as Martín de la Torre, Karla Souza as Susana Gómez-Mont in México 86. Cr. María Medina / Netflix ©️2026

Essendo la storia piuttosto nota in Messico, è curiosa – e dovuta a motivi forse intuibili (leggi: autorizzazioni) – la scelta di fare un period drama rinunciando all’autenticità del protagonista, anche perché – a parte l’amante e la moglie di de la Torre – tutti gli altri personaggi si rifanno a quelli reali, dai dirigenti Emilio Azcárraga e Guillermo Cañedo de la Bárcena a Henry Kissinger e Pelè (testimonial della nomination americana). Non che sia un problema di per sé ma è un dato: l’operazione finisce così per attribuire il merito dell’impresa a una figura ispirata alla realtà ma nei fatti inventata, quasi a voler delegare a questa funzione narrativa il carattere ingegnoso e fiero del popolo messicano e non a una persona specifica, benché nell’immaginario locale sia ben chiaro chi ci sia davvero dietro il successo.

D’altronde, il film che segna il ritorno alla regia di Gabriel Ripstein a dieci anni dall’ultimo film e a otto dall’ultima serie è una commedia seria (un po’ nel solco di Club de Cuervos, la serie messicana su una squadra di calcio, sempre su Netflix) più che un period celebrativo o agiografico. E funziona meglio nella prima parte, con la campagna elettorale del protagonista a dare ritmo e mordente alla storia. I conti non tornano nella seconda, quando il film scende in campo testimoniando ancora una volta quanto il cinema sia il mezzo meno adatto a rappresentare il calcio. E, nonostante l’eco dello sconvolgente terremoto del 1986 che rischiò di far saltare il mondiale (8,1 sulla scala Richter, oltre 10.000 vittime), il mondo resta fuori campo in questo film che mantiene meno di quanto promette e si rivela fiacco malgrado l’impegno del sempre ottimo Diego Luna.