La tenuta di Tiago Guedes

"Un film che racchiude diversi generi, che vuole raccontare la storia di una famiglia attraverso la storia del Portogallo", dice il regista. In gara a Venezia 76 con A Herdade
La tenuta di Tiago Guedes
Tiago Guedes - Foto Karen Di Paola

“Era da tempo che volevo fare un grande film di finzione partendo da un punto di vista insolito per il cinema portoghese, quello dell’alta borghesia, del latifondista, e come la storia di questa famiglia si sviluppi sullo sfondo della storia del sociale e politica del Portogallo”.

È il produttore Paulo Branco ad introdurre A Herdade, il film diretto da Tiago Guedes ospitato in concorso alla 76ma Mostra di Venezia, nato proprio da un’idea dello stesso, storico produttore portoghese.

Lungo 164’, il film racconta la storia di una famiglia portoghese che possiede una delle più grandi proprietà fondiarie d’Europa sulla riva meridionale del fiume Tago. Un rapido prologo ambientato nel 1946, per poi concentrarsi su altri due periodi decisivi per la tenuta, il 1973 e il 1991, sotto la guida del latifondista João Fernandes (Albano Jerónimo), mentre sullo sfondo scorrono le vicende storiche, politiche, economiche e sociali del Portogallo.

“Volevamo fare un grande film che racchiudesse vari generi – racconta Tiago Guedes, anche autore della sceneggiatura insieme a Rui Cardoso Martins e Gilles Taurand –. Il nostro obiettivo era quello di ricercare una profondità nei personaggi e calarli in quel momento storico del paese, proprio per osservare come la vita di questa famiglia si sviluppasse nel corso del tempo e della storia. E come tutti questi fattori influenzassero il silenzio crescente all’interno di questo nucleo familiare”.

A Herdade

Centrale, naturalmente, la figura di João Fernandes, interpretato dal convincente Albano Jerónimo: “Non volevamo fosse un grande eroe né che fosse un cattivo, volevamo semplicemente fosse forte e codardo a seconda delle situazioni. Abbiamo cercato di offrire un ritratto di come si comportavano i proprietari terrieri, ma senza la volontà di giudicare”, spiega ancora il regista, che aggiunge: “Nella storia portoghese il vero cambiamento è arrivato in seguito alla rivoluzione dei garofani (il colpo di stato incruento del 1974, ndr), quando le persone hanno finalmente ottenuto i loro diritti. Nel film sottolineiamo questo passaggio cruciale, è la fine di un’era, la fine di come funzionava il mondo in quelle zone, in quelle regioni. João però sente su di sé una sorta di eredità emotiva, per questo vuole mantenere il possesso delle proprie terre, pur capendo che non sarà più possibile”.

Per la caratterizzazione del personaggio principale, l’attore Albano Jerónimo svela che il punto di partenza è stato il basare “tutto sull’imperfezione: non dovevamo dare vita ad un personaggio tipo, ma a un essere umano. Un personaggio in via di definizione”.

Albano Geronimo – Foto Karen DI PAOLA

Un uomo carismatico e a suo modo progressista che domina un regno, la tenuta, in un Paese che però fino al 1974 è sotto il giogo di una dittatura fascista, quella di Salazar: “Il luogo funge da metafora di tutto ciò che accade al nostro protagonista. Sia la proprietà che l’uomo, entrambi inizialmente grandiosi, con il passare del tempo sono inevitabilmente destinati a scontrarsi con i venti del cambiamento, a rivelare le imperfezioni, le zone grigie, e a crollare. Lungo tutto il corso della vita, le scelte che facciamo ci definiscono, ma portiamo con noi qualcosa che non riusciamo a percepire né a controllare. Qualcosa che è nato con noi, che abbiamo ereditato. Questo film ci racconta delle inevitabili connessioni che ci definiscono e ci condizionano”, dice ancora Guedes.

Che per il montaggio del film si è avvalso del nostro Roberto Perpignani: “Montare non è un mestiere, è un modo di comprendere, di partecipare, e quindi di restituire senso”.

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