La fuga di Segatori

Girerà negli Usa l'horror Dark Roots. "In pochi mesi ho trovato il 90% dei soldi, in Italia neanche un produttore"
22 Giugno 2006
La fuga di Segatori

Nonostante l’horror sia uno dei generi più forti al botteghino, in Italia riuscire a trovare i finanziamenti per produrre un film è un’impresa quasi impossibile. Sono pochi i giovani registi (Eros Puglielli o Alex Infascelli) che riescono quasi sempre con grandi difficoltà a confrontarsi con il genere. Emblematico è il caso di Fabio Segatori, costretto a trasferirsi negli Usa per girare il suo prossimo film, Dark Roots. Il regista ha raccontato la sua esperienza nel corso dell’incontro Che fine ha fatto l’horror italiano? organizzato dalla Rivista del Cinematografo alla Libreria del Cinema di Roma e al quale hanno partecipato anche il regista Antonio Manetti, il critico Francesco Alò e il giornalista Federico Pontiggia. “Dopo Terra bruciata – racconta Segatori – ho diretto un film d’azione in Canada dal titolo Hollywood Flies, che è stato anche venduto in 44 paesi e che oggi viene distribuito in tutti i Blockbuster americani. Mentre giravo ho avuto modo di mostrare ad alcuni produttori un corto che avevo girato  in bianco e nero dal titolo Lupi con Laura Betti nel ruolo di una cannibale. Alla decima persona che lo paragonava agli horror italiani degli anni ’70 ho decido di farne un lungometraggio e in soli quattro mesi ho trovato il 90% dei finanziamenti negli Usa e in Francia. Ma in un anno, in Italia,  non sono riuscito a trovare il 10% mancante”. Per Segatori il problema è dovuto al fatto “che nel nostro paese gli unici finanziamenti al cinema arrivano dalla televisione, che non manda in onda l’horror, e dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che non li considera ti interesse nazionale. Quanto ai produttori indipendenti, non esistono e quelli che si professano tali fanno i film con i soldi della Rai e di Mediaset”. Ma il genere è veramente morto in Italia? “La domanda c’è ed è anche forte. Incassano anche i pessimi horror orientali” spiega Alò, che parla anche di una rivoluzione del genere dopo l’11 settembre. “Negli anni ’90, che erano anni più sereni, si era diffuso un tipo di horror auto-parodico, grazie anche alla penna mordente dello sceneggiatore della serie Screem Kevin Williamson. Dopo il crollo delle Torri Gemelle la paura è diventata parte di una strategia del governo degli Stati Uniti, come spiega benissimo Fahrenheit 9/11, e nel mondo si è diffuso un clima di paranoia, e anche in Italia si è diffusa la pausa che possano verificarsi degli attentati terroristici. Oggi l’horror vuole ricordarci che stiamo vivendo un momento di grande tensione e pessimismo sul futuro dell’umanità. Pellicole come Hostel di Eli Roth e il remake di Le colline hanno gli occhi di Alexandre Aja hanno un sottotesto politico chiarissimo Purtroppo nel nostro paese un maestro degli effetti speciali come Giannetto De Rossi, che negli Usa viene chiamato a lavorare da Aja e da Dino De Laurentiis per Young Hannibal, in Italia finisce per fare il parrucchiere in Amici ahrarara e un regista come Dario Argento ha il monopolio del genere pur non riuscendo più a realizzare film interessanti. Mancano dei maestri in grado di comunicare con i giovani come accade invece con Wes Craven negli Usa”. Di fronte a questa situazione l’unica soluzione è ricorrere al digitale e autofinanziarsi, come hanno spiegato Gregory J Rossi e il regista esordiente Gabriele Albanesi che hanno presentato il Bosco Fuori, horror splatter girato in digitale con un budget di 50 mila euro e prodotto anche dai Manetti Bros. e da Sergio Stivaletti, acquistato dalla Minerva che si occuperà delle vendite estere e lo distribuirà in dvd in Italia.

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