It’s a wonderful Life!

"Non è un film sulla morte, ma sulla vita", dice il regista Uberto Pasolini. Che porta in sala il pluripremiato Still Life
9 Dicembre 2013
It’s a wonderful Life!

“Still Life ha più significati: “ancora vita”, ma anche “vita ferma”. E ce n’è un terzo, perché “still” è anche “fotografia”, dunque, “vita fotografata””. Alla Mostra di Venezia ha incassato plauso critico, applausi di pubblico e una caterva di riconoscimenti: premio Orizzonti per la migliore regia, premio Francesco Pasinetti del Sindacato Giornalisti per il miglior film, premio Cicae-Cinema d’arte e d’essai, premio Civitas Vitae – Rendere la longevità risorsa di coesione sociale. Poi è arrivato anche il premio FICE e il bollino di Film della Critica del Sindacato Critici. Ora Still Life, scritto, diretto e prodotto – in associazione con Rai Cinema – da Uberto Pasolini arriva nelle nostre sale: dal 12 dicembre in 60 copie con Bim.
Dopo Full Monty (creatore e produttore), dopo Machan (regia), l’opera seconda di Pasolini inquadra John May (lo straordinario Eddie Marsan), impiegato comunale londinese  incaricato di trovare il parente più prossimo di chi è morto in solitudine. Eppure, sottolinea il regista, “Still Life non è un film sulla morte, ma sulla vita, sul valore della vita degli altri. Inquadro la realtà sociale dell’isolamento, non solo degli anziani, ma anche dei giovani, che spesso coltivano amicizie virtuali che non sono vere, perché Internet ti dà la facoltà di decidere quando chiudere un rapporto con un clic”.
Un tema, quello dell’isolamento, che ha ricadute personali su Pasolini: “Recentemente ho divorziato (l’ex moglie è il compositore premio Oscar Rachel Portman, che ha firmato anche la colonna sonora di Still Life), e dopo aver vissuto per 15 anni con tre figlie ora qualche sera torno a casa e la trovo buia, provando un certo tipo di solitudine: mi sono proiettato in quella che deve essere la vita di chi non sperimenta tre ore di solitudine, ma ogni giorno”. Il lato positivo? “Dopo questo film, ho conosciuto i miei vicini, sia quello a destra che quello a sinistra: sì, Still Life mi ha cambiato la vita”.
Ma da dov’è partito Pasolini? “Dall’immagine di una sepoltura solitaria, senza nessuno presente: la considero un’immagine-chiave dell’isolamento che, dicevamo, è sempre più forte nella società occidentale”. Poi, il regista ha “letto un articolo su un funeral officer di Westminster, una professione che esiste da sempre, non fosse che per ragioni igieniche. In ogni comune di Londra ce n’è almeno uno, purtroppo per la crisi qualcuno perde il posto e chi rimane si trova con il doppio del lavoro. Ho presenziato a funerali e cremazioni, ho conosciuto una trentina di queste persone: alcune vivono il lavoro in maniera burocratica, altre dedicano più tempo al ricordo di queste persone, perché abbiano un commiato positivo, non vengano dimenticate del tutto”.
Certo, non è facile trovare parenti o amici di questi defunti: solo nel 30% viene rintracciato qualcuno, e di questi solo il 10% accetta di partecipare alle esequie, rivela Pasolini. E, dopo aver elogiato la sensibilità, “la capacità speciale di trasmettere molto dicendo poco” del suo protagonista Eddie Marsan, che con sole poche scene lo conquistò già ne I vestiti nuovi dell’imperatore da lui prodotto, Pasolini cita Ozu quale ispirazione di Still Life: “Riusciva a colpire mantenendo basso il volume del film, raccontando storie di tutti i giorni, con una recitazione realista, pacata e contenuta.
Personalmente, sono convinto che lavorare su questi toni sia più efficace: il volume alto ti colpisce di più quando lo subisci, però si insinua meno, e a me interessa catturare l’emotività dello spettatore, fargli sentire una realtà più vicina alla propria”. “Nato e cresciuto privilegiato”, ex banchiere e poi produttore, poi ancora regista, Pasolini dice di “guardare da sempre a chi sta differentemente da me: i disoccupati di Full Monty, gli immigrati di Machan per me sono prima di tutto esperienze di vita”. 

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