Infinity agrodolce

Dal buon esordio di Virzì jr. all'ottimo Burman, sorrisi e lacrime nei film in concorso al festival di Alba
4 Aprile 2006
Infinity agrodolce

Generazioni e solitudini. Le prime: padri che si riconoscono nei figli e figli che tentano di farlo nei padri; società che guardano al futuro comprimendo il presente e questo che preme, invece, per sbocciare in modo diverso, più libero, sicuro, condiviso. Le seconde: di madri, di sposi, di lavoratori. Se il Festival di Alba cerca nel cinema le inquietudini della vita, le categorie che possono descriverle, le persone che sono costrette a subirle, le riesce a trovare tra culture diverse e stili diversi. Il Vecchio Continente, ossia il nostro, sembra disposto a farsi interprete dei problemi di trasmissione, di comportamento e di ascolto. Lo fa Carlo Virzì nella sua opera prima, Adelmo torna da me, commedia tratteggiata con mano felice e ambientata all’Argentario nel 1987: ricchi annoiati e in psicoterapia, poveri esuberanti e certo più felici. Scontro tra classi, dunque, e nelle classi stesse, tra genitori e figli: tratto dalla semi-autobiografia di Teresa Ciabatti, anche sceneggiatrice, il film si concentra sullo sguardo avvolgente di una giovanissima interprete, Gabriella Belisario, di grande spessore e alla ricerca del primo bacio, che non sfigura davanti alle interpretazioni di Laura Morante, Neri Marcoré e Andrea Renzi. Altri interpreti, il belga Guillaume Malandrin e il danese Henrik Ruben Genz: il primo con Ça m’est égal si deman n’arrive pas, opera iper-minimalista di silenzi e sguardi in cui un padre, una madre e un figlio tentano, forse inutilmente, di conoscersi in sette giorni di vacanza campestre; il secondo si concentra, con Kinamand, sul sentimento bloccato di un marito fedele che scopre, dopo essere stato abbandonato dalla moglie e con venticinque anni di fedeltà alle spalle, un nuovo amore, una più ricca pietà, una voglia di tenerezza e un sentimento profumato grazie all’inaspettato matrimonio “pro forma” contratto per denaro e con una bellissima cinese. Opera di spessore, di poesia, di valori. E di lacrime. Dal continente americano veniamo sospinti in un freddo inverno climatico e umano con Snow, del canadese Hakan Sahin, nel quale la neve di fuori rispecchia il gelo del cuore; veniamo posti a fianco della disperazione di una madre russa “comprata” da un ricco musicista bianco americano in Forty Shades of Blue: pièce da camera benissimo interpretata da Dina Korzum che nelle sfumature e nelle ombre blu scuro della notte e della vita non trova sollievo, sorrisi e speranza. Infine Cina e Argentina, alle prese con figli e bambini. Della Cina abbiamo la testimonianza di Qiang: occhioni enormi, comportamento ribelle per i suoi quattro anni, giorni e notti difficili trascorsi in un asilo degli anni Cinquanta a combattere la sua personale Guerra dei fiori rossi, un film di Zhang Yuan passato quest’anno anche a Berlino e che non può non farsi amare. All’altro capo del mondo, una delle città più vitali del pianeta, in una delle nazioni più tormentate e per seguire la più bella storia del Festival: Daniel Burman torna ad abbracciare la sua vita, la sua gente, i suoi attori e dopo il già applaudito L’abbraccio perduto (anche questo un film “berlinese” che nel 2004 vinse l’Orso d’Argento) si candida, con Diritto di famiglia, come uno dei registi più interessanti, perspicaci, curiosi e amabili di nostra conoscenza. Intanto perché i professionisti con i quali lavora, a cominciare da Daniel Hendler, rappresentano il cuore e il calore della cultura porteña; poi perché le sue sceneggiature sono vere e sincere quanto i sentimenti che le animano. Questa volta i due avvocati Perelman, padre e figlio, sono alle prese con la vita, la generazione, l’amore e la quotidiana sopravvivenza. Si seguono, si lasciano, si ritrovano. Una ricca e divertente storia di famiglia nella quale emerge un piccolo prodigio. Burman junior che recita la parte del piccolissimo Gastón: il suo sorriso racchiude tutta la bellezza del vivere.

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