Il signore dell’anello

"Un film senza un inizio e una fine, con personaggi che appaiono e scompaiono: in mezzo ci sono i tempi del Raccordo Anulare", dice Gianfranco Rosi. In concorso con Sacro GRA
5 Settembre 2013
Il signore dell’anello

“Sto girando. Lo ripetevo al produttore per tranquillizzarlo quando mi chiedeva come procedeva con il materiale. In realtà giravo per il Raccordo Anulare, non con la cinepresa però. All’inizio è stato un investimento sul tempo, dove è stato necessario percorrere uno spazio, svuotandolo da tutto, da una mappa, dai luoghi stessi. E’ un luogo ideale, da cui emergono i personaggi del film, con i quali si è instaurato un lunghissimo rapporto”. E’ il giorno di Gianfranco Rosi e del suo Sacro GRA, ultimo dei tre film italiani in Concorso a Venezia, documentario girato e ambientato sul Raccordo Anulare di Roma – e ai suoi margini – che porta in superficie i mondi invisibili (e i loro abitanti) che questo luogo nasconde oltre il muro del suo continuo frastuono.
Nato da un’idea di Nicolò Bassetti – paesaggista-urbanista che si occupa dei luoghi che hanno perso la loro identità/memoria – il film sarà distribuito da Officine Ubu dal 26 settembre. “Il progetto trae ispirazione dal saggio di Renato Nicolini, La macchina celibe, da cui si evince che il GRA è una macchina in grado di velare le contraddizioni della città – spiega Bassetti -. Era un’idea geniale, che mi ha convinto a mettere uno zaino in spalla e a camminare per 20 giorni lungo il Raccordo. Dove ho incontrato luoghi, ma soprattutto persone”. Molte delle quali troviamo ora sullo schermo, dal palmologo Francesco all’anguillaro Cesare, dall’attore di fotoromanzi Gaetano al barelliere Roberto, dal nobile piemontese Paolo e la figlia Amelia al “principe” Filippo e la moglie Xsenia, un’umanità inedita e nascosta: “Camminando, sono andato contro la velocità che caratterizza quel luogo. La lentezza è stata la caratteristica del mio lavoro e, successivamente, di quello di Gianfranco: abbiamo fatto insieme i sopralluoghi, prima lui veniva dietro a me, poi io ho iniziato a seguire lui. E alla fine l’ho lasciato al suo lavoro in solitaria”, dice ancora Bassetti.
“Per me è un punto d’arrivo questo film, anche perché ho sempre pensato che ogni progetto non fosse parte di un circuito semplicemente documentaristico: la differenza con la finzione è profonda – spiega Rosi – ma soprattuto da un punto di vista realizzativo, considerando che il mio modo di lavorare, mentre giro, è fondamentalmente solitario. Da un punto di vista ideologico, invece, non considero così separati il documentario e il cinema di finzione: la cosa importante è saper distinguere ciò che è vero da ciò che è falso”.
Lontano dai luoghi canonici di Roma, il Grande Raccordo Anulare si trasforma così in una sorta di collettore di storie a margine di un universo in espansione, dal cui sfondo emergono personaggi altrimenti invisibili: “Da un punto di vista narrativo è stata una sfida, prosegue Rosi – . Un film senza un inizio, senza una trama, dove non c’è la storia dei personaggi, che appaiono e scompaiono: in mezzo ci sono i tempi del Raccordo, la trasformazione di un luogo in qualcos’altro, ma sempre in sottrazione. La peculiarità che emerge dei personaggi è la poetica, la loro rappresentazione di se stessi, ‘l’attore che recita senza saper di recitare’, come diceva Eschilo”.
Personaggi con i quali il regista ha trascorso all’incirca due anni: “Tornavo da loro ciclicamente, la loro generosità e pazienza non si può misurare. Quello che contava, per me, non era esporre ognuno di loro, ma rappresentarne l’essenza, la sintesi di quello che credevo potesse rappresentarli: ciascuno di loro è portatore di una fortissima identità, in un periodo come il nostro in cui la crisi più dolorosa di questo paese è proprio quella d’identità, prima che economica”, dice ancora Rosi, che per quanto riguarda l’estetica di Sacro GRA spiega: “Non c’è mai stata l’idea di uno stile preconcetto del film, ogni volta si palesava un modo di raccontare e lo sguardo si adeguava al contesto”. Sguardo che non può fare a meno di relazionarsi al destinatario ultimo, lo spettatore: “Ogni situazione chiede di essere filmata in un certo modo, e questa responsabilità esiste tanto nel documentario quanto nel cinema di finzione. Responsabilità di realizzare un lavoro che poi viene consegnato agli altri, agli spettatori”.
Che dopo La grande bellezza di Paolo Sorrentino avranno la possibilità di rapportarsi a Roma in un altro modo: “Sono due film che mostrano aspetti di Roma uguali e opposti, uno mosso da una forza centrifuga, l’altro da una forza centripeta”, dice ancora il regista, che non dimentica come tutto sia iniziato: “La cosa più difficile, per me, visto che è stato un film che mi è stato consegnato, è stata prima di tutto imparare ad innamorarmi del luogo che avrei raccontato. Quando ancora non avevo in mente nulla contattai Renato Nicolini, che non conoscevo personalmente, e con lui abbiamo fatto un intero giro sul Raccordo: lì ho capito come questo luogo potesse raggiungere livelli di astrazione importanti. E Nicolini mi disse di aprire questo cerchio e di farlo diventare una cosa infinita”.
Un progetto, Sacro GRA, che dopo il film vedrà arrivare anche un libro, firmato dallo stesso Nicolò Bassetti: “Dovrebbe uscire in ottobre, si chiamerà Sacro GRA – Terra di raccordo, frutto della mia esplorazione a piedi, sarà una storia fatta di tante storie. Perché il Raccordo Anulare è un confine fallito, dove non c’è un fuori e non c’è un dentro. E i luoghi intorno al GRA sono tutti in attesa, di un futuro e di un’identità”. Tanti futuri possibili, per dirla con Gianfranco Rosi e il compianto Renato Nicolini.

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