Il corpo del duce vive ancora

"Non è un'apologia del fascismo, ma non ho avuto paura di indagare un territorio nemico", dice Fabrizio Laurenti. Al TFF con il doc da Luzzatto
30 Novembre 2011
Il corpo del duce vive ancora

“50mila persone ogni anno vanno in pellegrinaggio a Predappio sulla tomba del Duce: perché? Siamo partiti da qui, e andati a ritroso. Ora è un corpo morto, all’epoca un corpo vivo, ma è ancora salutato: che cosa c’è sotto?”. Così il regista Fabrizio Laurenti presenta Il corpo del duce, un documentario liberamente tratto dal libro omonimo di Sergio Luzzatto (Einaudi, 1998) e prodotto da Cinecittà Luce in associazione con RTI (Mediaset).
In cartellone al 29° festival di Torino, prossimamente distribuito in homevideo dal Luce e trasmesso da Rete4 in prima serata, è basato su filmati e fotografie d’archivio reperiti all’Archivio Storico Luce, ITN Source, National Archives di Washington e Archivio Centrale di Stato e si concentra sul destino del corpo di Mussolini, esposto a Piazzale Loreto, tumulato in segreto al Cimitero Maggiore di Milano, trafugato nella notte del 23 aprile 1946 da un gruppo neofascista, recuperato dallo Stato in una cassa di sapone e, infine, traslato a Predappio nella tomba di famiglia.
A far da linea guida le parole di Luzzatto: “L’Italia ha uno specifico corporale che ha a che fare con la religione dominante. Il problema del carisma, del crisma, del cristo, l’unto”, Il corpo del duce  “sfronda questo libro tosto, cercando di rendere l’emozione: sono cose che già si sanno, non ci sono novità, ma o le abbiamo dimenticate o le giovani generazioni le ignorano”, dice Laurenti, che già aveva diretto Il segreto di Mussolini, su Benito Albino Mussolini e Ida Dalser poi riproposti in chiave fiction dal Vincere di Bellocchio.
E per il corpo del Duce il regista parla di “legge del contrappasso, il regime aveva voluto l’incarnazione del potere, che oggi ritorna con Berlusconi: la fisicità del potere, il carisma riconosciuto da buona parte degli italiani. E quando finisce il regime c’è l’ostacolo di un corpo da rimuovere”. E un’altra associazione può essere fatta con Gheddafi, “un corpo carismatico, sensuale, che ha sedotto il suo popolo, e poi è divenuto un ostacolo da eliminare: senza giudizi morali riprenderlo col telefonino è indice di una curiosità simile a quella di Piazzale Loreto. E ricordiamoci come le foto del cadavere di Mussolini circolarono per l’Italia come santini negativi o positivi, perché si rimase intrigati dalla  morte di una persona così adorata dal vivo”.
Ma il documentario è passibile di ambiguità. Tra le altre cose, la voce narrante è di Gioele Dix, parla di “antifascisti incalliti”, fa ricorso a una frase di Cesare Pavese per apparentare la morte di fascisti e partigiani e suggerisce esplicite, ardite analogie tra l’originaria Via Crucis e quella del Duce a Piazzale Loreto: “L’analogia è nel libro, il mio non è uno sguardo compiacente”, si difende Laurenti, ed esclude categoricamente che il doc sia “celebrativo, elogiativo del Duce. Non è un’apologia del fascismo, ma non ho avuto timore di indagare in un territorio nemico, ostile”.
E il Mussolini Cristo? “E’ un documentario su un libro storico: l’unto del signore lo portiamo dentro, è una figura carismatica da cui ogni tanto siamo soggiogati. Ma insieme non è un’analisi storica del fascismo: l’impostazione non è personalistica, per capire il regime, sostiene Luzzatto, bisogna capire la relazione tra gli italiani e il corpo del duce”. E allora perché questi dubbi? “Perché penso che il film non ricalca certamente un modo standard di raccontare il fascismo e l’antifascismo: forse fa un passo più avanti, come il libro di Luzzatto, uno storico che usa occhiali nuovi perché le cose sono stagnanti. Do voce a persone (fascisti, nostalgici, simpatizzanti, etc.) senza diritto di  cittadinanza nell’universo filmico. Fascisti o antifascisti, ognuno prende dal film quel che porta: io la penso così”.
E gli italiani come la pensano? “Abbiamo chiuso con il fascismo senza fare conti precisi, i tedeschi li hanno fatti in maniera più profonda col  nazismo: certi meccanismi non metabolizzati rimangono fonte di un bipolarismo estremo, servirà un’altra generazione”, conclude Laurenti.
Ma l’ultima parola è per Luciano Sovena, l’ad di Cinecittà Luce che a Torino ha portato anche Il sorriso del capo (sempre Mussolini) di Marco Bechis: “Rivendico di aver dato la massima libertà espressione a tutti gli autori con cui ho lavorato. E rivendico la libertà di un festival come Torino che mette in cartellone questi documentari. Viceversa, il festival di Roma ha avuto problemi, avrebbe voluto anteporre alla proiezione de Il corpo del duce una presentazione con Gad Lerner. Torino ha coraggio”.

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