Grazia e furore sul ring

Tra Thailandia e Europa, "gli eterni opposti che abitano dentro di noi", dice Winspeare. Che produce il doc di Heidi Izzo a Extra
30 Ottobre 2011
Grazia e furore sul ring

Grazia è la Thailandia, furore la vecchia Europa: sono gli eterni opposti che abitano dentro di noi”. Così Edoardo Winspeare presenta la sua ultima produzione, un documentario che racchiude un paio di anni di vita di Gianluca e Fabio Siciliani, due fratelli salentini già campioni mondiali di boxe thailandese. Sei giorni, a cavallo tra Italia e Thailandia, per una storia a metà tra danza e Thai Boxe, tra estate e inverno, tra un popolo inaridito e uno che si dice sia nato combattendo. Grazia e Furore, finanziato da Rai e Apulia Film Commission, al Festival del Film di Roma nella sezione Extra, nasce da un’idea di Alessandro Valenti, che facendo zapping si imbatte in un ragazzino che parla di boxe thailandese citando Mishima e Kant. Allora Valenti, sceneggiatore, va nella palestra dei fratelli Siciliani a conoscere quell’arte marziale che tra i colpi di tibia cela la grazia orientale della tradizione. Secondo la regista Heidi Izzo, il risultato è il ritratto di uomini che “volevano fare i soldatini, essere i supereroi con cui giocavano da bimbi”, e per Winspeare “un miscuglio di ideali, persone che votano a sinistra e sostengono Mishima, a metà tra Ezra Pound e Tarantino”.
Un documentario che rinuncia allo stereotipo di una Thailandia prostituzione e traffico umano: “Ho evitato per non offendere, sarebbe stato come parlare di Italia e di mafia”, spiega la regista, digiuna di Thai Boxe prima delle riprese per avere lo sguardo vergine di chi “guarda per la prima volta”, ma non estranea alla danza, che praticava da bambina e traspare nella regia snella e dinamica che corrompe la palestra leccese dei Siciliani. Tipi strani questi fratelli, si inchinano, baciano la mano alle signore, sposano ballerine. Un documentario tributo alla grazia “che li ha salvati ammaliandoli”. Una fiaba di fratelli “combattenti, non attori” con la capacità di “spaziare tra tematiche nascoste, come il San Sebastiano nel cassetto”. Un “harakiri” emozionale, “che racconta la Bellezza e la Forza che muovono il mondo e la ricerca di come conciliare questa eterna dicotomia”.

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