Gianni Amelio, un padre quotidiano

Il regista de Lamerica torna nelle librerie con un romanzo di genitori persi e giovani ritrovati: "Sognavo un figlio al quale potessi un giorno somigliare io"
11 Aprile 2018
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Gianni Amelio, un padre quotidiano
Gianni Amelio Foto Karen Di Paola

“Questa è una storia a due voci: la mia e quella di mio figlio. Ogni volta che finivo un capitolo, glielo inviavo. Era un dovere, qualcosa di forte che mi veniva da dentro. All’inizio mi rispondeva scrivendo, poi è passato ai messaggi vocali. Alcuni passaggi sono suoi”. Gianni Amelio, autore a tutto tondo, presenta il suo nuovo romanzo Padre quotidiano, il secondo dopo Politeama, disponibile nelle librerie edito da Mondadori.

Era il 1993 quando Gianni Amelio arrivò in Albania per iniziare le riprese di Lamerica e qui, in un paesino di montagna, durante la lavorazione del film, avvenne l’incontro che avrebbe cambiato la sua esistenza. Conobbe Ethem Zekaj, un uomo della sua età, segnato dalla vita, che vide in lui una possibilità di salvezza per il figlio: un padre affidatario nelle cui mani mettere il futuro del suo affetto più prezioso. Erano gli anni delle migrazioni verso le coste italiane, inseguendo un sogno e una speranza. In un’Albania distrutta dalla guerra, due anime s’incontrarono per non lasciarsi più.

“Esistono due tipi di verità: quella della scrittura e quella dell’invenzione. La verità bisogna sentirla, è qualcosa che matura nel tempo. Quello che realmente accade spesso lo dimentichiamo. Sarebbe inutile raccontare qualcosa di didascalico, che non si è trasformato. Alla fine si stampa la leggenda (da regista, fa riferimento a L’uomo che uccise Liberty Valance di John Ford, n.d.r.)”, spiega Amelio.

La chiave della vicenda sta nella quarta di copertina: quando di un bambino si dice “è il ritratto di suo padre, gli ha staccato la testa”, il papà si gonfia di orgoglio. Invece sognavo un figlio al quale, con pazienza e fortuna, potessi un giorno somigliare io. “Questa è una frase che nasce dal confronto che ho con Ethem, il padre di Arben, che oggi non si chiama più così. Quell’uomo ha combattuto contro il regime, ha passato sette anni in carcere e costringeva il figlio di nove anni a lavorare. Uno spirito duro, che in qualche modo mi avrebbe accompagnato verso il futuro”.

Molto è cambiato dal ’93. “Adesso mio figlio è un esempio da seguire. Chi lo conosce, sa che è un uomo saldo, con i piedi per terra, che rassicura sul lavoro e nel quotidiano. È un miracolo. In genere i padri cercano di proteggere i figli fino all’ultimo, diventando anche oppressivi. Invece da lui ormai mi sono distaccato. Quasi subito Arben ha incontrato sua moglie e il loro amore dura da ventiquattro anni, coronato da tre figlie giovanissime. Nonostante la distanza, ci telefoniamo almeno tre volte al giorno. È la prima voce che sento al mattino e quella che mi dà la buonanotte la sera. Lui non parlava molto: faceva il pecoraio. Conosceva poco la lingua e ha impiegato molto tempo per impararla. Arben ha fatto un cammino impressionante, si è scrollato di dosso quello che ci è successo. Ormai è sicuro di sè, e mi rende orgoglioso”.

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