Disimpegno civile

Cinema di denuncia? No, grazie. Gli eredi di Rosi cavalcano il diritto di cronaca ma parlano d'altro
16 Aprile 2009
Disimpegno civile

Ne La siciliana ribelle la protagonista – dopo aver rinnegato radici e cultura mafiose per aiutare la giustizia nella lotta contro i clan – fa saltare la propria protezione rivelando al ragazzo che ama (un affiliato) il luogo in cui vive. In Complici del silenzio di Incerti la trasferta argentina di un giornalista sportivo italiano (è il 1978, l’anno dei mondiali di calcio) si trasforma in un viaggio all’inferno quando l’uomo perde la testa per Ana, una guerrillera che lo immerge tra gli orrori della giunta militare al potere e la vergogna nazionale dei desaparecidos. Due esempi recenti per raccontare di un nuovo, possibile, cinema italiano d’impegno. Il primo è a firma di un giovane siciliano, Marco Amenta, che, dopo un paio di documentari su Cosa Nostra (Diario di una siciliana ribelle e Il fantasma di Corleone), passa alla fiction per raccontare una storia di mafia alla maniera di un teen-movie: soggetto e oggetto del racconto è un’adolescente, una ragazzina di 17 anni che agisce d’impulso, scrive poesie sui diari, sogna un futuro abbagliante e un amore impossibile. Come la maggior parte delle sue coetanee. Che sia anche la figlia del boss è solo un accidente del caso. Il milieu malavitoso qui interessa poco. Le sue regole, i meccanismi, i retroscena e le connessioni col tessuto politico-sociale non costituiscono più il problema. La criminalità – con le sue facce e i cliché – denotano un ambiente senza più connotarlo: quel che conta è l’effetto sull’equilibrio psico-emotivo della protagonista, il modo in cui ne condiziona comportamenti e percorsi di vita, come avverrebbe in un qualunque racconto di formazione. La mafia diventa “soltanto” una struttura sociale dove dominano oppressione e asfissia culturale, e il pamphlet civile qualcosa di diverso: non più (e non solo) la radiografia di un’emergenza, la denuncia di una sopraffazione o il testimone di un riscatto, ma una cornice che delimita quadri di volta in volta mutevoli, differenti per tonalità e generi. Colori accesi e corde melò caratterizzano il film di Incerti (da venerdì in sala), sulle tracce dei desaparecidos come Bechis in Garage Olimpo, ma seguendo strade diverse, quelle dell’amor fou. La tragedia argentina rivive sullo schermo di riflesso, come uno sciagurato intoppo nella relazione tra l’eroe per caso Alessio Boni e la pasionaria Florencia Raggi. E la denuncia quasi un pretesto per raccontare l’eterno travaglio delle passioni. Non era del resto il percorso scelto anche da Edoardo Winspeare nel mafia-melò Galantuomini? O quello intrapreso da Wilma Labate ne La signorina Effe, dove le agitazioni sindacali dei ’70 si riflettevano nel menage a trois tra un operaio, una studentessa e un ingegnere FIAT? Per gli eredi di Rosi l’impegno è un ombrello sotto il quale trovano asilo storie e sensibilità diverse. Gli accenti su amore, crescita e legami di sangue, ribaltano lo schema tradizionale giocando sulla reversibilità tra pubblico e privato (e sulla commistione dei generi). La tendenza è cavalcare il diritto di cronaca per arrivare alle ragioni dei singoli. Vite e sentimenti comuni trascinati in situazioni straordinarie. Ipotesi di rilancio del cinema civile italiano, che prova forse ad uscire dalla stretta del reportage televisivo e del documentario d’inchiesta. Tra il rigore assoluto alla Garrone (Gomorra), e la deformazione grottesca alla Sorrentino (Il Divo) è una via di mezzo percorribile, ma a rischio. Al bivio tra coscienza morale e camuffato disimpegno.

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