Che Cannes che fa?

L'albero era un Palma, l'Italia no: Sorrentino e Moretti fuori. Cattiva notizia: Maiwenne c'è, quella buona: Refn guida la regia
22 Maggio 2011
Che Cannes che fa?

Era già nel nome: Tree chiamava Palma, e Palma è stata. Chissà, si era già vociferato per la premiere ufficiale, se Terrence Malick fosse in sala in incognito, ma il palco ha consegnato un’altra verità: a ritirare la Palma d’Oro i produttori e non il regista, come se fossimo agli Oscar e non al festival, il più grande del mondo, francese, e la Palma premiasse non l’occhio ma il portafoglio del miglior film. Paradosso vero, perché in questa Life c’è molta, moltissima autorialità e poca – nel senso castrante del termine – industria: film totale, cosmogonia demiurgica, creazione universale e insieme privata, addirittura esclusiva. Nella nostra redazione c’è chi ha gridato al capolavoro – confortato da gran parte della stampa internazionale – e chi ha evidenziato le aporie del suo poetico massimalismo: hanno ragione i primi, almeno così dice l’epilogo al Gran Theatre Lumiere.
Malick a parte, i mali tricolori. Sorrentino e Moretti a bocca asciutta, e spiace non solo per campanilismo: scorrendo il palmares, la loro presenza non sarebbe stata un corpo estraneo o illegittimo, tutt’altro. Eppure, sono fuori. Moretti non bissa la Palma di 10 anni fa, Sorrentino il Grand Prix del 2008: La stanza del figlio è nettamente inferiore ad Habemus Papam, ma vinse, This Must Be The Place non è risolto come Il Divo, ma più ambizioso e complesso. Che dire, scherzi da festival? Nanni può consolarsi con i 36 paesi che hanno acquistato il suo Papa, Paolo – per lui premio della Giuria Ecumenica – può guardare a un nuovo traguardo: gli Oscar, con Penn a fare gli onori di casa. Per ora, il “Sean was terrific” di De Niro.
Grand Prix ex-aequo ai Dardenne e il turco Ceylan, due habitué della Croisette, e dei premi della Croisette: registi vincenti quasi a prescindere, perché quest’anno Il ragazzo con la bicicletta non correva da solo, e neanche meglio di altri. Uno su tutti? Aki Kaurismaki, favorito e mazziato: Cannes non è Le Havre, che l’abbia fatto fuori la geografia? O la follia, perché Polisse di Maiwenn – scenosa come poche sul palco – tiene in Francia il riconoscimento della Giuria, mentre la sceneggiatura va in Israele, al Footnote di Cedar, che meritava, per carità, ma possiamo spellarci le mani? Sì, con Nicolas Winding Refn che prende la regia per Drive: film di genere fatto da un autore, e che autore. Nel palmares di Cannes 64, il futuro è suo, anzi, il futuro è lui, e scommetteremmo che tra De Niro, Thurman e Law è già gara per farsi dirigere dal genietto danese. Non l’unico sul palco: ha aleggiato il fantasma di Von Trier, con la bella e Melancholica Kirsten Dunst miglior attrice. Altro che misogino, le donne le dirige da Dio Lars, e se tacesse o si facesse curare meglio chissà la sua pasticca blu dove l’avremmo trovata. Applausi, i nostri e in buona compagnia, anche per l’attore: Jean Dujardin è impalmato The Artist, dopo il Palme Dog al cagnino Uggy. Nulla da dire, se non gioire. Infine, plauso a Cannes 64, da Jacob a Fremaux fino alle maschere gentili, che guardano la bandierina sul badge e dicono “Buongiorno”: alta qualità sia in Concorso che al Regard, un’annata più che buona se non ottima. Che poi le giurie non azzecchino tutto noi italiani lo sappiamo meglio di altri: vi ricordate Tarantino all’ultima Mostra?
 

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